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Toponomastica Veneziana - C
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Ca' Balà (Fondamenta).
Vedi Baccalà.

Ca' di Dio (Fondamenta, Ponte, Rio della)
sulla «Riva degli Schiavoni». Gli ospizii che ricettavano pellegrini chiamavansi «Case di Dio», nome tuttora vivo in Francia. Uno di questi esisteva anticamente in Venezia, retto da un frate Lorenzo, e benché non se ne sappia la situazione, pure è probabile che sorgesse in parrocchia di S. Martino, e precisamente accanto quel sito ove il suddetto frate Lorenzo, mercé la donazione fatta nel 1272 di alcuni stabili da Maggio Trevisan pellicciaio, fondò la «Casa di Dio» oggidì esistente. Vuolsi che in essa nel 1360 albergassero alcuni frati genovesi col tristo disegno di incendiare il vicino Arsenale. Dopo quell'epoca il pio luogo venne posto sotto la direzione di un priore, non più frate, ma secolare, destinato ad accogliere non più pellegrini, ma alcune donne cadute in povertà, ed assoggettato al juspatronato ducale. La «Casa di Dio» ebbe una rifabbrica nel 1570, e nel 1623 comandossi che le ricoverate dovessero essere patrizie, od almeno appartenere alla cittadinanza originaria. L'istituto, che abbraccia nel suo mezzo una chiesetta col titolo di «S. Maria della Ca' di Dio», la quale fu ristaurata nel 1884, si mantiene tuttora aperto per un buon numero di donne, le quali godono l'alloggio, l'assistenza medica, ed i medicinali. Per estesi ragguagli sullo stato e le discipline della «Ca' di Dio» vedi Pier Luigi Bembo, «Delle Instituzioni di beneficenza nella città e provincia di Venezia»

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Ca' d'Oro (Calle, Traghetto della)
a S. Sofia. Dopo le interessanti scoperte del comm. Cecchetti, pubblicate nell'«Archivio Veneto», resta indubitato che il palazzo a S. Sofia, detto «la Ca' d'Oro», prese il nome, non dalla patrizia famiglia Doro, ma dalle dorature esterne della facciata, come noi avevamo detto nei nostri «Alcuni Palazzi» ecc. Questa facciata venne eretta, dietro ordine dei Contarini, per opera di Giovanni e Bartolomeo Bon, padre e figlio, fra il 1424 ed il 1430. Nel 1431 essa fu in parte dipinta, ed in parte dorata da «Zuane de Franza pentor da S. Aponal». In seguito, avendo nel 1484 una figlia di Pietro Contarini sposato Pietro Marcello, gli portò in dote il palazzo. Perciò il genealogista Priuli, parlando di Pietro Marcello, dice: «Questo Pietro era detto dalla Ca' d'Oro perchè acquistò, per la moglie, la casa dorata al di fuori di ca' Contarini a S. Sofia, posseduta hoggi» (1630 circa) «parte da s. Alvise Loredan uxorio nomine, e parte da s. Pietro Marcello fu de s. Zuane in primogenitura, palazzo fra belli della città bellissimo sopra Canal Grande». E l'abate Teodoro Damaden così scrive: «Petrus Marcellus de domo aurea nuncupabatur quod tunc domum exterius olim inauratam, ad S. Sophiam sitam, uxorio nomine possideret, et inhabitaret». La ragione poi perché i Loredan erano all'epoca del Priuli comproprietarii del palazzo, si trova nel matrimonio, avvenuto nel 1620, fra Elisabetta Marcello, figlia di Federico, nipote d'esso Pietro, con Alvise Loredan. Dopo la metà del secolo XVII la «Ca' d'Oro» passò nelle mani dell'altra famiglia Bressa, a cui successero i più moderni proprietarii, uno de' quali la ristaurò nel 1865.

Nella «Ca' d'Oro» alloggiò il 25 febbraio 1500 M. V., ma per un giorno soltanto, Gio. Caracciolo capitano delle fanterie della Repubblica, venuto a dolersi pel ratto della moglie, attribuito a Cesare Borgia.

Nella «Ca' d'Oro» venne l'anno 1780 fondata un'accademia di declamazione teatrale col titolo di «Accademia degli Ardenti», e col motto: «Flamma nos ardet», a cura del marchese Francesco Albergati Capacelli, del conte Alessandro Ercole Pepoli, e d'altri valentuomini, i quali facevano gustare di quando in quando al fiore degli abitanti di Venezia, ed ai forestieri colti eziandio, commedie di pregio, parte composte da loro, e parte trascelte da quelle dei migliori autori. Questa accademia, che aveasi eletto per protettore Nicolò Erizzo, Procuratore di S. Marco, durò soltanto per lo spazio di circa quattro anni.

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Ca' Gritti.
Vedi Gritti.

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Ca' Lipoli (Calle).
Vedi Gallipoli.

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Ca' Matta (Calle detta)
a S. Nicolò. Nel 1566 un «Ferigo Franceschi» notificò di possedere due terzi di casa, posta a S. Nicolò, «sotto un coperto nominato la Cha Matta». Questo stabile era forse così detto per la sua solidità e robustezza, come trovasi che negli antichi tempi, pel motivo medesimo, chiamavasi «Ca' Matta» il palazzo «Querini della Ca' Grande» a «Rialto». E forse da ciò provenne la denominazione di «case matte» alle costruzioni a prova di bomba nelle moderne fortezze. Senonché la calle di cui parliamo potrebbe invece ricordare una famiglia Camatta, trovandosi un «Iseppo Camatta», o «Chamatta», che venne ammesso il 30 giugno 1565 nell'arte dei «Compravendi Pesce».

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Ca' Memo (Campiello dietro)
a S. Marcuola.

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Ca' Pozzo.
Vedi Pozzetto.

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Ca' Rampani.
Vedi Carampane.

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Cadena (Calle)
ai Gesuiti.

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Cadonici.
Vedi De Cadonici.

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Caffettier (Corte del)
a S. Marco. Eravi qui presso una caffetteria, ora ridotta a spaccio da vino, frequentata negli ultimi tempi della Repubblica da varii patrizii, i quali, reduci in gondola dal Maggior Consiglio, andavano, come suona la fama, a deporre la vesta d'uffizio, ed a reficiarsi in una camera sovrapposta. Fortissime erano le partite di giuoco che si facevano in questo Caffè, laonde il Ballerini, nelle sue «Lettere» manoscritte al Civico Museo, così si esprime: «Il Caffè al Ponte dell'Anzolo è ridotto per metà casino privato, e colà si gioca tutta notte». Tenendosi nel Caffè medesimo una sera certa riunione di patrizii Barnaboti, malcontenti del governo, ed infetti da giacobinismo, presieduta dal famoso procuratore Pisani, presentossi d'un tratto colà Cristofolo dei Cristofoli, terribile fante dei Cai, e parlò al Pisani, che la notte andò a dormire alla Giudecca, e la mattina dietro era in viaggio pel castello di Verona.

Il Caffè al «Ponte dell'Angelo» va celebre eziandio per esservi morto nel 1792 il così detto «Cane Tabacchino». Vedi l'opuscolo intitolato: «Elogio del Cane Tabacchino morto al Caffè del Ponte dell'Angelo il dì 27 Aprile 1792. Opera di Onocefalo Cinoglosa» (Vincenzo Formaleoni) «adorna del ritratto dell'eroe. Venezia MDCCXCII». Il suddetto opuscolo è rarissimo, poiché, essendo una parodia dell'orazione funebre di Ubaldo Bregolini in morte di Angelo Emo, vennero, per ordine supremo, il 12 maggio 1792, confiscate quante copie se ne poterono rinvenire nella tipografia Zatta.

Si trova che il primo scrittore italiano che abbia nominato il caffè fu G. Francesco Morosini, bailo a Costantinopoli dal 1582 al 1585, e che il caffè vendevasi a Venezia nel 1638 a prezzo altissimo come pianta medicinale importata dall'Egitto. Trentotto anni più tardi, cioè nel 1676, il Senato incaricava i Savii alla Mercanzia di occuparsi della maggior rendita che si avesse potuto ritrarre, non per via d'appalto, ma in altra maniera, sulla «abbondante vendita introdotta del caffè, giacci, et acque aggiacciate che sono inventate dall'allettamento del senso». Si ha memoria che nel 1683 si beveva il caffè in una sola bottega sotto le «Procuratie Nuove». Ma ben presto siffatte botteghe, a merito specialmente dei Grigioni, si moltiplicarono in modo da dar il nome a varii sentieri della nostra città. Leggiamo nei «Notatori» del Gradenigo che Antonio Bresciani, caffettiere in «Campo della Guerra», fu il primo nel 1720 ad ingrandire le tazze da caffè facendole pagare non più due soldi, ma cinque. Vi concorrevano in copia i gentiluomini, e vi furono invitati anche principi, come Federico Augusto elettore di Sassonia, poi re di Polonia, e Carlo elettore di Baviera. Nel 1723 Giuseppe Boduzzi aprì la bottega dell'«Aurora» sotto le «Procuratie Nuove», ove i vasellami, i piatti e piattelli erano d'argento massiccio, e servivasi il caffè in bella porcellana.

Quantunque le nostre caffetterie fossero da principio basse, disadorne, malissimo illuminate, e perfino mancanti di vetri a schermo delle intemperie, riboccavano, specialmente quelle situate sul S. Marco, di gente e di maschere. Alcune di esse poi avevano certi camerini appartati, nei quali talvolta, oltre che al Dio del Giuoco, sacrificavasi a Volupia e Citerea, camerini, che a più riprese vennero proibiti dalla Repubblica.

Tra i nostri Caffè (che per legge 4 ottobre 1759 non dovevano sorpassare il numero di 206) andava celebre quello in «Merceria di San Giuliano», che alquanti anni fa trovavasi riaperto alla insegna del «Trovatore», il quale, per essere condotto da un Menico, uomo grande e grasso, chiamavasi di «Menegazzo». In esso frequentavano il pungente Baretti, ed il suo avversario prete Biagio Schiavo da Este. In esso il patrizio Daniele Farsetti con varii allegri amici, dopo avere ascoltato nel 1745 fra le risa e le beffe i versi scipiti dell'altro prete Giuseppe Sacchellari, statuiva di fondare l'accademia dei «Granelleschi», eleggendone a principe, col titolo di «Arcigranellone», il Sacchellari medesimo. Oltre il Caffè di «Menegazzo», avevano pure una parte di rinomanza i due Caffè non lontani d'«Ancillotto» e dei «Secretarii», il primo per essere stato anch'esso frequentato dal Baretti, ed il secondo, tuttora aperto, come ritrovo dei celebri secretarii Milledonne, Gratarol e Gabriel, ultimo Cancellier Grande. Aggiungi il «Caffè delle Rive» in «Campo S. Moisè», ora occupato dalla ditta Tropeani, ed il «Caffè Florian», aperto fino dal 1720 coll'insegna della «Venezia Trionfante», ove concorreva, anche per lo passato, quanto aveavi di più eletto fra nostrali ed estranei. Né vuolsi tralasciare, per ultimo, il Caffè che chiamavasi del «Gobbo», ora «Caffè Dante», posto in «Calle dei Fuseri», nel quale si raccoglieva all'epoca democratica un drappello di colte persone, scherzando sulla «falopa», o bugia, del promesso tempo felice, onde ne sorse, a merito dell'abate Giuseppe Comici, il Faloppiano collegio, esistente ancora in «Calle Bembo» a S. Salvatore.

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Cagnoletto (Calle del)
a S. Giovanni in Bragora. La Descrizione della contrada di S. Giovanni in Bragora pel 1661 chiama questa strada «Calle arente il spizier del Cagnoletto», ed insegna che all'imboccatura di essa, sopra la «Riva degli Schiavoni» esisteva la «casa e bottega propria della Sig.ra Franceschina relita del Sig.r Girolamo Lunardi spicier dal Cagnoletto».

Una «Calle Larga del Cagnoletto» (nel Paganuzzi: «Calle Cagnoletta detta Larga») abbiamo anche a S. Giovanni Grisostomo, ma questa, come sembra, porta il nome d'una famiglia che qui più modernamente abitava.

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Calbo (Campiello)
alla Carità. Dalla patrizia famiglia Calbo che notificò nel 1711 e 1740 d'abitare in casa propria alla Carità, e di possedere alcune altre casette vicine. Da Padova la famiglia Calbo passò fra noi nell'891, dando antichi tribuni, e rimanendo del Consiglio nel 1297. Un Luigi Calbo, capitano di Negroponte nel 1470, rimase ucciso combattendo contro i Turchi. Un Antonio, consigliere in Candia nel 1539, dimostrò grande valore nel respingere i Turchi medesimi colà sbarcati. Anche ai nostri tempi questa famiglia si rese chiara per un Francesco, figlio di Giovanni Marco Calbo, e della N. D. Lucrezia Crotta. Egli, che, per disposizione testamentaria di suo zio materno, aggiunse al proprio il cognome Crotta, sostenne sotto la Repubblica l'ufficio di Savio Cassiere, e poscia fu quarto Podestà di Venezia. Morì nel 1827 lasciandoci un lavoro per servire alla storia degli ultimi otto anni della Veneziana Repubblica.

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Calcina (Ponte, Campiello della)
sulle Zattere. E' chiara la origine di queste denominazioni qualora si consideri che il Ponte di cui parliamo attraversa il Rivo di S. Vito, e che nella collezione fatta dal Rompiasi delle leggi appartenenti al Magistrato delle Acque trovasi la seguente: «Sia trasportata la stazione delle pietre cotte e della calcina, che era in faccia gli Incurabili, appresso il rio di S. Vito. 1690, 12 maggio». Inoltre, dice il Sagredo nel libro intitolato: «Sulle Consorterie delle Arti edificative in Venezia», che qui presso esistevano i magazzini dei «Calcineri» (venditori di calce).

L'arte dei «Calcineri» raccoglievasi nella chiesa dei Ss. Vito e Modesto sotto l'invocazione dei Ss. Antonio e Liberale. Quantunque di detta arte abbiansi memorie più antiche, egli è certo che diede principio alla propria scuola nella chiesa indicata soltanto nel 1597, come appare dalla seguente annotazione tratta dai registri della sacrestia: «1597. Adì 17 Zener. A laude de Iddio e Missier Santo Antonio, e Missier S. Liberal, che ne libera da mal, fu principiada questa nostra Scuola nel giorno di santo Antonio Abbate, nostro gonfalon fo primo eletto». La surriferita annotazione si può leggere nel «Sommario» unito al «Memoriale di Monsignor Patriarca di Venezia e Vescovi Suffraganei per la conferma ed Augmento del culto della Beata Contessa Tagliapietra» ecc. diretto a papa Clemente XIII, ed impresso in Venezia da Modesto Fenzo nel 1765. Ciò a proposito della pretesa accampata nel 1661 dall'arte dei «Calcineri» di custodire essi soli il corpo della Beata, che giaceva sotto la mensa del loro altare, pretesa che diede luogo ad una controversia col parroco, finita col temperamento che si ponessero due chiavi alla cassa, una delle quali si custodisse dal parroco, e l'altra dal gastaldo della scuola.

Presso il «Ponte della Calcina», come appare da lapide, abitava Apostolo Zeno, poeta cesareo e precursore del Metastasio. Egli morì in questa sua casa nel 1750. Abbiamo nei Necrologi Sanitari: «A dì 11 novembre 1750: Ill.mo Sig.r Apostolo Zen fu del Ill.mo Sig.r Pietro, d'anni 83, da replicati colpi di paralisia in molti mesi, morto a ore 15, med.co Soardi - S. Agnese». Lo Zeno venne sepolto con onorevole epitaffio in chiesa di S. Maria del Rosario, ai padri Domenicani della quale aveva donato, essendo ancora in vita, la sua ricca biblioteca.

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Calderer (Calle del)
a S. Marziale. La Descrizione della contrada di S. Marziale fatta nel 1713 nota in questo punto la «bottega da calderer e casa della N. D. Andrianna Gozzi: habita che sono 12 anni Ercole Ongania calderer».

I Calderai, uniti in corpo nel 1294, erano un colonnello dei Fabbri, e raccoglievansi in chiesa di S. Luca, sotto l'invocazione di S. Giovanni Decollato, ove aveano tomba, comprendendo nell'arte loro l'altra minore dei «Lavezzeri», o «Conzalavezzi». Quattro calderai dovevano andare in Piazza a vendere le loro mercatanzie al tempo della fiera dell'Ascensione, ma chi ricusava n'era dispensato, pagando tre ducati alla Scuola. Il rame provvedevasi dal Magistrato delle Miniere; gli stagni, i piombi, e generalmente i minerali, dai negozianti.

La denominazione è altrove ripetuta.

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Calegheri.
Vedi Callegheri.

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Calergi (Calle).
Vedi Caliari.

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Caliari (Calle)
sulla «Fondamenta degli Ormesini». Non «Caliàri», ma «Calèri», corruzione del cognome Calergi, viene denominata questa calle negli Estimi, e si ritrova che in essa nel 1661 possedeva varie case il «N. U. Abate Vittore Grimani Calergi». Egli era figlio di Vincenzo Grimani, della cui famiglia parleremo a suo luogo, e di Marina Calergi, discendente da ricca famiglia di Candia, la quale lottò lungamente colla Repubblica pell'indipendenza della patria, finché nel 1258 assoggettossi al Veneto dominio. Alessio Calergi si vide perciò ammesso coi discendenti al Maggior Consiglio, e giunto a morte, prescrisse solennemente ai propri figli obbedienza al vessillo di S. Marco. Tre di essi si attennero al comando paterno, ma non il quarto di nome Leone, che ribellatosi, fu nel 1300 cucito in un sacco, e gettato in mare. Per lo stesso titolo venne ucciso un Evagora Calergi nel 1330, gettato dall'alto del palazzo un Carlo nel 1364, mentre i soldati stavano pronti a riceverlo sulla punta delle spade, e decapitato un Giovanni coi fratelli Alessio e Giorgio. Avendo tuttavia un altro Giorgio soccorso poco tempo dopo la Repubblica nella guerra contro i Genovesi, ebbe anch'egli nel 1381 coi posteri l'onore del patriziato. Questa famiglia, la quale, secondo alcuni, avrebbe avuto fra i suoi ascendenti un Michele eletto nel 1332, vescovo di Venezia, e la quale operò belle prove di valore contro i Turchi alle Curzolari, a Paros, ed ai Dardanelli, andò estinta nella seconda metà del secolo XVIII. Vincenzo Grimani, pel suo matrimonio con Marina Calergi, avvenuto nel 1608, ne ereditò i beni, e fu causa che tutta la sua linea assumesse il cognome di Grimani Calergi. Vittore di lui figlio nominato nel principio del presente articolo, fu investito nel 1629 dell'abazia di Moggio, quindi nel 1639 di quella di Rosazzo, e nello anno istesso di quella di S. Zeno in Verona. Avendo costui, d'accordo coi fratelli Giovanni e Pietro, fatto uccidere nel 1658 Francesco Querini, venne colpito coi fratelli medesimi da sentenza capitale di bando, perdita della nobiltà, e confisca di beni. Senonché nel 1660, mediante preghiere ed offerte, ottennero tutti piena grazia dalla Repubblica. Vedi Vendramin (Calle larga ecc.).

Raccontano i «Diarii» manoscritti del Benigna che il 20 maggio 1737, di notte, fu ritenuto un frate dei Minori Osservanti, il quale, vestito da barcajuolo, aveva levato di casa in «Calle Calergi», e condotto in gondola a S. Andrea, la Sig.ra Bisi dai «conzieri», ove voleva derubarla degli oggetti d'oro che portava addosso.

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Calice (Calle, Sottoportico e Corte del)
a S. Salvatore, presso la «Calle dei Stagneri». Da una bottega all'insegna del «Calice», la quale colla parte anteriore guardava la «Merceria», ove s'addrizza alla «Calle delle Acque», e colla posteriore corrispondeva alla Corte che tuttora ne porta il nome. Fino dal 1537 noi troviamo che «Zuan Andrea Venier» dava a pigione casa e bottega poste a S. Salvatore, presso la «Calle dei Stagneri», a «M. Jacopo marcer al Calese». E nel 1582 «Bartolomeo de Batista Bontempelli, marcer al Calese», notificava d'abitar coi figliuoli «in contrà di S. Salvator in le case» del M.co Jeronimo Venier. Anche adesso all'imboccatura della Calle del Calice scorgesi l'arma dei Venier scolpita sul muro. Questo Bartolommeo Bontempelli bresciano, a cui fu concesso un privilegio di cittadinanza Veneziana il 31 marzo 1579, tiene un posto distinto nelle patrie memorie non tanto perché le di lui manifatture venivano ricercate dai principi, e ne usava lo stesso Sultano, quanto perché, insieme al fratello Grazioso, edificò in chiesa di S. Salvatore, nella crociera verso il battistero, un altare con tavola del Peranda, la quale rappresenta Gesù Cristo morto, sostenuto dalla Beata Vergine, e al disotto i ritratti dei due pietosi fondatori. Inoltre ristaurò a proprie spese la chiesa delle Convertite alla Giudecca, e poscia sborsò 30 mila ducati per la fabbrica dello Spedale di S. Lazzaro dei Mendicanti in Venezia, lasciandone 100 mila al medesimo scopo con testamento 12 febbraio 1613 M. V. in atti Fabrizio Beaziano. Egli morì pochi anni dopo, come rilevasi dalla seguente annotazione, tratta dal necrologio della chiesa di S. Salvatore: «A dì 8 novembre 1616. Bortolomio dal Calice d'anni 78 circa da febre per giorni 44 continui. Visitato dallo ecc. Gadaldino». Il Bontempelli fino dal 1568 si aveva costrutto in chiesa di S. Salvatore la tomba colla modesta epigrafe: Bartholamei Bontempelli A Calice Et Haeredum Mdlxviii. Collo scorrere del tempo, la di lui bottega divenne da speziale, ritenendo però la vecchia insegna, poiché scorgesi nella Descrizione della Contrada di S. Salvatore pel 1661 che in «Marzaria», non lungi dalla «Calle dei Stagneri», e precisamente «appo cha Zustinian» (quindi palazzo Faccanon), «Marchiò Brochini spicier al Calese» aveva casa e bottega appartenenti al «N. U. Nicolò Venier».

Una bottega da speziale all'insegna del «Calice» diede pure il nome alla «Calle», ed al «Ramo Calle del Calice» a S. Agostino, le quali strade, per mezzo d'un ponte egualmente cognominato, avevano comunicazione, prima dell'interramento del rivo, colla «Calle del Scaleter». Quando nel 1684 «Paolina Airoldi Marchesini» chiese d'essere abilitata a «collocarsi in persona nobile, et a procrear figli capaci del Ser. Consiglio», venne citato all'ufficio dell'«Avogaria di Comun», qual testimonio, «Ant. Sarcinelli spicier al Calice a S. Agostino». E si vede nella Descrizione della contrada del 1713 che la bottega del Sarcinelli era situata precisamente appiedi del «Ponte del Calice», all'imboccatura della «Calle del Scaleter».

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Calle.
«Calle», dice il Berlan, «è voce italiana, usata da Brunetto e da Guittone, fra gli altri, anche nel genere femminino, come usasi nel dialetto veneziano: e appo noi si dà a quelle strade interne che sono più lunghe che larghe».

Ove in uno stesso punto vi sono due Calli del medesimo nome troviamo «Calle Prima, Calle Seconda», ecc. Troviamo pure «Calle a fianco, Calle dietro», ecc. Tutto ciò si verifica anche riguardo a «Corte, Ramo», ecc.

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Callegheri (Ramo dei)
a S. Tomà. Dalla Scuola dei «Calegheri» (calzolai), dedicata a S. Aniano, ed ora convertita ad uso privato. L'iscrizione scolpita sul pilastro al lato sinistro, dimostra che essa venne comperata dall'arte nel 1446. Sopra la porta vi è un bassorilievo, diligente lavoro della scuola lombardesca, rappresentante S. Aniano risanato da S. Marco, colla data del 1479. Finalmente sul pilastro al lato destro è detto che la Scuola medesima fu ristaurata nel 1580. Si suppone che i «Calegheri» antecedentemente si raccogliessero in chiesa della Carità, ove veneravasi il corpo di S. Aniano. Il Pivoto («Vetera ac nova ecclesiae S. Thomae Apostoli Monumenta») cita il presente paragrafo, inserito nella loro «Mariegola» sotto l'anno 1447: «Ancora volemo e dichiaremo come li signori frati de la Charità han conventione con nui fradeli de la Scuola de Calegheri che debino continue dì e notte mantegnir una lampada acexa in Chiesa de la Charità davanti a lo altar di quello beato Sancto Aniano, ove riposa el so sanctissimo corpo». E nel 1455 il capitolo di «S. Tomà» prescriveva che i «calegheri» non potessero «ullo tempore in futurum celebrare facere missas in alio loco tam magnas vel parvas, excepta illa quam solent dicere et celebrare in ecclesia S. Mariae Charitatis ex antiqua consuetudine». Questa arte aveva in chiesa di «S. Tomà» il proprio altare con pala dipinta da Palma «il giovine», ed unitamente ai «zavateri» (ciabattini) contava nel 1773 trecento e quaranta botteghe, ventidue posti chiusi, e centosessantacinque inviamenti, impiegando, in cifra, mille cento e settantadue individui. Essa doveva offrire ogni anno alla dogaressa un paio di zoccoli del valore di lire venete ventidue.

Callegheri (Ramo primo, Ramo secondo, Ramo terzo, Ramo quarto dei)
a S. Maria Zobenigo. Leggiamo col Paganuzzi «Callegari». Verso la fine del secolo scorso, e sul principio del presente, trovasi questo cognome non solo in parrocchia di S. Maria Zobenigo, ma in quelle ancora di S. Angelo, e di S. Maurizio. E le strade indicate erano appunto il centro ove per lo passato i confini delle tre parrocchie si toccavano fra loro.

Il «Ponte dei Callegheri» è detto anche «Storto». V. Storto (Ponte). Il «Ramo terzo dei Callegheri» ha poi l'aggiunto «della Malvasia» perché prossimo ad un ponte così denominato. V. Malvasia (Calle della).

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Callesella.
E' una calle più angusta e ristretta delle altre.

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Calleselle (Strada nuova delle)
in «Ghetto Novissimo». Qui si stendevano alcune callicciuole, ma negli anni andati formossi una strada novella coll'atterramento di alcune casipole, possedute da un Fano Israelita. Ecco perché sotto la denominazione di «Strada delle Calleselle» havvi l'altra di «Via Fanese» (o più probabilmente Fornase - NRE).

Un «Sottoportico Calleselle» trovasi pure a «Castello», presso il «Secco Marina».

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Camerale (Sottoportico del)
a Rialto. Nel soprastante palazzo, facente parte delle «Fabbriche vecchie», ebbe sede fino all'agosto 1849 il Magistrato Camerale. Ora v'hanno sede altri pubblici Uffizi.

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Camerini (Calle)
a S. Nicolò. Una casa posta qui presso, posseduta da un «Zuane Guerra», era abitata nel 1712 da un «Gregorio Camerin».

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Campanati (Ramo)
a Castello. Non «Campanati», ma «delle Campane», trovasi appellata questa strada nella Descrizione della parrocchia di S. Pietro di Castello pel 1661. Si deve credere adunque che qui ci fosse altre volte una fonderia di campane. Siccome poi alcuni fonditori di campane assumevano, pell'arte esercitata, il cognome di «Campanati», e questo restava ai loro posteri, benché di professione diversa, così potrebbe essere che dagli antichi proprietari dell'anzidetta fonderia discendessero quel «Daniel Campanato marangon dell'Arsenal», e quel «Piero fio de Stefano Campanato calafà», decessi in parrocchia di S. Pietro di Castello, il primo l'11 febbraio 1612, M. V. ed il secondo il 25 agosto 1621. Troviamo anche che il 25 giugno 1771 un «Lorenzo Campanato marangon dell'Arsenal», appiccossi nella sua casa d'abitazione posta a Castello.

Pell'arte dei «Campaneri» vedi l'articolo susseguente.

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Campane (Corte delle)
a S. Luca. Un «Vittore campaner» da S. Luca era allibrato all'Estimo del Comune nel 1379. Nel 1514 un «Zuane Campanato» notificò di possedere «una casa cum una bottega dove si lavora di campane» in parrocchia di S. Luca. Questi fu il padre di Pietro, che pur egli fondeva campane in questa situazione, e che si rese celebre eziandio per aver operato in bronzo nella cappella del cardinale Zeno in chiesa di S. Marco una B. Vergine seduta col putto in mano, e due Santi laterali, nonché per aver avuto parte nel lavoro del deposito del cardinale medesimo. G.B. Campanato figlio di Pietro (sepolto nel 1542, con epigrafe in chiesa di San Sebastiano) prese in moglie Elisabetta figlia di Ruzier di Gambelli, e nipote del celebre Vittore, dalla quale ebbe Marina, che sposò Francesco Arzentini, portando in questa cittadinesca famiglia i beni dei Campanato. Vediamo perciò che nel 1582 un «Francesco Arzentini» appigionava a «Francesco de Lazaro campaner», in parrocchia di S. Luca, «una casa con il luogo dove si gettano le campane, e con la botega davanti di dete campane».

Fino dal nono secolo esistevano fonderie di tal genere nelle nostre lagune, sapendosi che il doge Orso Partecipazio nell'866 donò dodici campane all'imperatore Basilio il Macedone. Questi mandò un suo apocrisario a riceverle, e d'allora soltanto cominciò ad introdursi l'uso delle stesse fra i Greci Bisantini. I Veneziani amarono sempre un eccedente scampanìo. Domenico Tino, presente all'elezione del doge Domenico Selvo (anno 1071), scrive che in quell'occasione vi fu un indicibile fracasso di campane: «Quam magnus etiam campanarum tum fuerit sonitus nullius dicti vel scripti expositione animadverti potest». Si rileva poi che in tempi posteriori, sotto il pretesto di feste, messe novelle, ed altre solennità, si costumava di dar nelle campane non solo di giorno, ma anche di notte inoltrata, laonde un decreto del Consiglio dei X, 7 febbraio 1424, M. V., proibì di suonarle «a prima hora noctis usque ad matutinum sancti Marci». Che un simile decreto potesse convenire anche ai nostri tempi?

I «Campaneri» erano uno dei varii colonnelli in cui dividevasi l'arte dei Fabbri.

Nel secolo XV un Luigi Barletta incontrò in «curia a Campanis» a S. Luca pre' Filippo, vicario del vescovo di Concordia, e gli disse: «che vastu digando de mi?» A ciò il prete: «Va cum Dio che non ho a far con ti». Ma il Barletta, sguainata la spada, uccise il prete, e resosi contumace, venne bandito, mediante sentenza 27 marzo 1487, colla comminatoria che, qualora fosse colto, gli fosse tagliata la mano sul luogo del delitto, e con essa appesa al collo, avesse ad essere decapitato fra le colonne della Piazzetta di S. Marco.

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Campaniel.
Vedi Campanile.

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Campanile (Calle del)
a S. Maria Zobenigo. Dal distrutto campanile della chiesa di S. Maria Zobenigo. Di esso parla Nicandro Jasseo dicendo:

... et prope turris
Inflexa cervice adstat.

colla nota: «In templo S. Mariae, ut vocant, Zobenigo facies pulchra ex marmore, turris studiose inclinata». Avendosi però sospettato che questa inclinazione minacciasse pericolo, s'interpellarono gli uomini dell'arte, e si venne a conoscere, secondo la perizia dell'Alberti, fatta nel 1773, che il campanile era inclinato d'un piede e mezzo, e secondo quella del Maccaruzzi, fatta nel 1774, di due piedi e mezzo, laonde nel 1775, per decreto del Senato, venne demolito. Allora si pensò a ricostruirlo, ma l'opera non procedette oltre la grossa base, che oggidì, fornita di coperto, forma un piccolo magazzino, addetto alla chiesa, la quale ha in sito diverso un semplice campanile alla Romana.

Anche il «Ramo» e la «Calle del Campanile» a San Canciano trassero il nome dal campanile dell'ex chiesa di S. Maria Nuova, attualmente distrutto. La maggior parte però dei campanili, onde sono appellate alcune vie di Venezia, esistono tuttora.

Oltre a novanta sono le torri a campanile, e circa venti i campanili alla Romana sparsi per la città. Il più antico è il campanile di S. Marco solido e grandioso edificio, che cominciò a sorgere nell'888, ossia, come altri vogliono, nel 902. In una gabbia di legno con armatura di ferro, sporgente dal medesimo, solevansi in antico rinchiudere specialmente gli ecclesiastici rei di gravi delitti, e colà essi dovevano rimanere esposti ai solleoni, ed all'intemperie per un tempo fissato, o per tutta la vita, ricevendo il cibo per mezzo d'una funicella che calavano al basso. Il campanile di S. Polo è di stile archiacuto, e venne innalzato nel 1362. Varie sono le opinioni circa i due leoni scolpiti sopra la sua porta, questione che toccheremo di volo anche noi parlando della prossima chiesa. Archiacuto del pari è il campanile di S. Maria Gloriosa de Frari, che ebbe compimento nel 1396, sopra disegno di Giacomo Celega, ingegnere della Signoria, donde davasi il segno della convocazione del Maggior Consiglio, come praticavasi dall'altre torri di S. Marco, di S. Francesco della Vigna, e di S. Geremia. Merita attenzione eziandio il campanile di S. Pietro di Castello, tutto incrostato di marmo, opera del secolo XV. Il più stimabile poi dei campanili di Venezia, per singolarità di disegno, e regolarità di costruzione, si deve riputare quello della Madonna dell'Orto, finito nel 1503, anno segnato sopra una cassetta di piombo scopertasi con varie reliquie nella cupola vecchia, ed ora riposta nella nuova. Tra i campanili antichi annovereremo per ultimo quello di S. Sebastiano, che riconosce per autore lo Scarpagnino, e che ha sul basamento l'anno 1544, epoca della sua costruzione, e quello dei Carmini, che, inclinato, raddrizzossi dal Sardi nel 1688. Tra i moderni sono da citarsi quello con colonne di S. Pantaleone, attribuito allo Scalfarotto, e quello di S. Bartolomeo, eretto nel 1754.

Campanile (Calle del)
a S. Mattio.

Campanile (Calle del) detta Civran
a S. Tomà. Al principio di questa calle sorgeva il campanile della chiesa di San Tommaso Apostolo, volgarmente «S. Tomà», di cui resta la sola base, ora sormontata da un campanile alla Romana.

La calle medesima conduce ad un palazzo respiciente il «Canal Grande», che apparteneva alla patrizia famiglia Civran, e che scorgesi inciso nella raccolta del Coronelli. Vedi Civran (Calle).

Campanile (Calle del) detta dei Preti
a S. Eustacchio. Dipende la prima denominazione dal campanile di S. Eustacchio, e la seconda da case che appartenevano al capitolo di quella chiesa un tempo parrocchiale.

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Campazzo.
La «parola campazzo», dice il Berlan, «non è, come di leggieri si può vedere, che corruzione dell'italiana campaccio», usata a significare, più che l'ampiezza d'un terreno, la sua «spiacevole disadornezza».

Alla Giudecca havvi il «Campazzo di Dentro», sì detto per essere alquanto internato nell'isola.

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Campiello.
E' corruzione di «campicello» cioè piccolo campo.

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Campo.
Era ben naturale che i nostri padri lasciassero innanzi le chiese uno spazio vuoto per la concorrenza del popolo che frequentava le sacre funzioni. Queste piazze, eccettuata quella di S. Marco, si dissero «Campi», perché, essendo nei primi tempi piantate d'alberi, e lasciandosi in esse crescere l'erba per pasturare i cavalli, le mulette, ed il gregge minuto, ai campi rassomigliavansi. Il «Campo di S. Andrea» si conserva ancora nel suo stato primitivo, meno il canale che gli correva per mezzo, interrato fino dal secolo XVI. Molti poi dei nostri campi sono celebri per istoriche rimembranze. In «Campo di S. Severo», presso la chiesa, ritirossi colla moglie nell'814 Giustiniano figlio del doge Angelo Partecipazio, sdegnato col padre che aveasi associato al solio il figlio minore Giovanni. In quello di S. Pietro di Castello nell'837 la famiglia Mastelizia, poscia Basegio, assalì il suddetto Giovanni Partecipazio, successo nel principato a Giustiniano, e rasigli i capelli e la barba, lo condusse vestito da monaco a Grado. In «Campo di S. Zaccaria» venne ucciso nell'864 il doge Pietro Tradonico. In «Campo di S. Luca» dai fratelli della Carità, e dalla Scuola dei Pittori, terminavasi di sgominare nel 1310 i congiurati di Baiamonte Tiepolo. In «Campo dei SS. Giovanni e Paolo», nell'atrio della cappella della Pace, fu sepolto il doge Marino Faliero, giustiziato nel 1355, e nel 1782 il pontefice Pio VI, dall'alto di maestosa loggia, benedì le turbe. In «Campo di S. Geremia» davasi lo spettacolo delle caccie dei tori, come praticavasi pure nei campi di S. Giovanni in Bragora, S. Maria Formosa, S. Giacomo dall'Orio, S. Margherita, S. Polo, e S. Stefano. In «Campo di S. Polo» abitarono pure varii illustri personaggi in un palazzo del Comune, posseduto poscia dai Corner, ed eravi anticamente un bersaglio rimosso dopo che i nobili colà domiciliati concessero nel 1452 le loro case per albergare Alberto duca d'Austria colla sua corte. Più tardi, cioè nel 1548, vi fu ucciso Lorenzino dei Medici collo zio Alessandro Soderini. Leggesi poi che il «Campo di S. Stefano», oltre che delle caccie dei tori, era teatro di giostre, e che vi si faceva l'antico «listone».

Di queste, ed altre particolarità, riguardanti i Campi di Venezia, diremo più diffusamente a suo luogo.

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Campo di Marte.
Vedi Marte.

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Canal (Fondamenta, Ramo, Ponte)
a S. Barnaba. Sulla porta d'un prossimo palazzo scorgesi tuttora scolpito un palo con tre gigli per parte, stemma d'un ramo della famiglia Canal, o da Canal, ascritta al veneto patriziato nel secolo XIII.

I cronisti dividono questa famiglia in due rami, l'uno venuto da Altino, dal palo e dai gigli, l'altro venuto da Ravenna, dallo scaglione nello scudo gentilizio. Rammenta la storia un Andrea da Canal che ruppe nel 1272 i Bolognesi; un Marco che nel 1277 ricuperò Capodistria ribellata; un Pietro che nel 1345 costrinse Zara alla resa, e fece prigioniero un capitano nemico, impadronendosi del suo stemma in cui figuravano i gigli, un Nicolò prima vescovo di Bergamo, poi nel 1342 arcivescovo di Ravenna, e finalmente nel 1347 di Patrasso; un altro Nicolò che sostenne molte ambascierie, e riportò varie vittorie, ma che nel 1479, avendo ricusato il cimento coi Turchi, onde Negroponte fu preso, venne condotto in ferri a Venezia, e relegato a Portogruaro nelle sue terre; un Girolamo, che essendo capitano in golfo nel 1527, segnalossi in molte fazioni, e nel 1533 catturò il Moro d'Alessandria, terribile corsaro; un Antonio di lui figlio, che pugnò valorosamente alle Curzolari; un Cristoforo che, combattendo pur egli contro i corsari, restò ferito mortalmente da freccia nel 1564, nè ritirandosi per questo dall'agone, fu coperto collo scudo dal figlio Girolamo, finché s'ottenne piena vittoria. Altri della famiglia Canal si distinsero in epoca posteriore contro i Turchi. A riscontro però di tante glorie, trascriviamo dal Codice 183, Classe VII, della Marciana, la narrazione seguente che si riferisce al secolo XVII, e che riguarda un individuo della stessa famiglia, degenere dai propri antenati: «S. Girolamo Canal q. Pietro q. Antonio Proc.» (da San Barnaba), «per sospetto che haveva della moglie d'adulterio, la condusse a Padova, che era graveda, che era D. Marina Vendramin q. Zaccaria» (sposata nel 1677) «et havendogli dato fuoco al letto con quantità di polvere da schioppo, fingendolo caso, si abrugiò, havendola chiusa nel fuggir lui con un figlio, havendo pubblicato che ella era caduta sopra la polvere accesa che aveva sotto il letto, che adoperava per trarre, con alquanta stoppa, ma si servì di polvere che col solo fetore avvelenava, onde fatta dissotterrare dal Consiglio di X, et aperta due volte, si ritrovò graveda, morta quasi... abbenché nel volto fumata e nera; et formatosi processo, non potendosi rilevar di più, non fu preso il proceder. Questo fu bandito con fisco per prepotenze e tiranie in Conegliano e quei villaggi, per rapimenti di beni e morti violente fatte dare a miserabili, ma fu liberato poco tempo dopo da la madre ricca assae, et è sempre vissuto dopo la morte della moglie con licentia, e nella sua casa con tripudio inhonesto, tenendo insieme coi figli la meretrice sempre a tavola con molti nobili del suo genio e cubicularii», ecc.

Mediante l'interramento del «Rio di S. Margarita», successo nell'anno 1862, il «Ponte Canal» venne distrutto, e la «Fondamenta Canal», insieme all'opposta «Fondamenta Soranzo», divenne «Rio Terrà».

Alcune altre vie dividono il nome con quella di cui abbiamo parlato.

Canal (Volta di)
a S. Pantaleone. E' così chiamato un punto del «Canal Grande» presso i palazzi dei Foscari e dei Balbi, ove esso volge direzione. Qui era la meta delle «regate», e qui costruivasi la così detta «macchina», ove sedevano tre personaggi destinati a giudicare dei premi, ed a distribuirli ai vincitori. E poiché abbiamo toccato delle «regate», ci sia lecito di farne seguire i cenni seguenti. Alcuni derivano il nome «regata» da «riga», ponendosi in riga, od in linea, le barchette prima d'accingersi al corso; altri da «remigata»; altri finalmente, con minor probabilità, da «auriga». Sembra che la prima istituzione di questo spettacolo abbia avuto per iscopo d'esercitare la gioventù al remo sopra le galee, ed altre barche inservienti alla guerra. La più antica memoria delle «regate» risale al secolo XIV, e si sa che allora eseguivansi per mezzo di galee. Le più celebri «regate» sotto la Repubblica furono le seguenti: I. Per Federico III, imperatore (1451). II. Per Beatrice d'Este, moglie di Lodovico Sforza duca di Milano (1493). III. Per Enrico III re di Francia (1574). IV. Per Ernesto Augusto duca di Brunswick (1686). V. Per Federico Cristiano, figlio di Federico Augusto III re di Polonia ed elettore di Sassonia (1740). VI. Per Edoardo Augusto duca di York (1764). VII. Pell'imperatore Giuseppe II e gli arciduchi suoi fratelli (1775). VIII. Per Paolo, figliuolo di Caterina Czarina delle Russie (poi Paolo I imperatore), e per la di lui moglie Maria Sofia Dorotea, principessa di Württemberg, che visitarono Venezia sotto il nome di «Conti del Nord» (1782).

Canal (Fondamenta)
a S. Fosca. Vedi Daniele Canal.

Canal Morto (Fondamenta del)
alla Giudecca. Vedi Morto (Canale ecc.) alla Giudecca.

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Canalazzo.
Vedi Grande (Canal).

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Canale.
E' nome applicato soltanto ad alcuni rivi maggiori. Abbiamo quindi il «Canal Grande», il «Canal della Giudecca», e qualche altro.

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Candele (Sottoportico, Corte delle)
ai Gesuiti. E' probabile che in questa Corte, soggetta anticamente, come adesso, alla parrocchia dei SS. Apostoli, ci fosse una fabbrica di candele, poiché nei Registri Sanitarii troviamo decessa il 16 settembre 1579 «Paolina nassente fia de Antonio dalle candele - S. Apostolo».

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Cannaregio (Sestiere, Fondamenta, Ponte, Canale, Chiovere di).
Vogliono alcuni che «Cannaregio» sia corruzione di «Canal Regio», titolo attribuito, per la sua ampiezza, a quel braccio di canale che, partendosi da S. Geremia, sbocca per S. Giobbe in laguna. Ma, bene riguardando, si vede che meglio tal titolo s'addirebbe al prossimo «Canal Grande», oppure al «Canal della Giudecca». Altri con più ragione sostengono che questo luogo venisse anticamente chiamato «Cannarecium», e quindi «Cannaregio», dalle molte canne che vi allignavano. Infatti, una cronaca, citata dal Gallicciolli, che arriva al 1410, dice: «Cannaregio, imperciocchè era chanedo e paludo con chanelle». Anzi, secondo alcuni, i Malipiero, venuti da Altino, qui si stanziarono per fabbricare navigli, e furono i primi ad usare di queste canne per ispalmarli. Né vale l'opporre che le canne poco allignino nell'acque salse, poiché, come nota il Filiasi («Memorie Storiche dei Veneti Primi e Secondi»), quelle della nostra laguna erano salmastre pei molti fiumi che vi sboccavano, ed appunto pel canale di Cannaregio vuolsi che nell'ore di bassa marea corresse il fiumicello Osellino, o Marzanego.

Il circondario di cui parliamo denominavasi pure nei primi tempi «Paluello», e contava allora pochissimi fabbricati.

Il «Ponte di Cannaregio» fu fatto per la prima volta in legno nel 1285, leggendosi in un antico cronista che il doge Giovanni Dandolo, l'anno suddetto, fece fabbricare il «ponte di Cannaregio dalla banda di S. Geremia dove avanti se passava con una zattara». Dalle iscrizioni poi poste sul medesimo si ricava che sorse in pietra soltanto nel 1580, e che venne restaurato negli anni 1641 e 1777. Nel 1580, come scrive il Temanza, vi lavorò il proto Marchesin Marchesini. Chiamasi eziandio «Ponte delle Guglie» dalle quattro aguglie onde è fregiato.

Presso il «Ponte di Cannaregio», sulla Fondamenta, verso il «Ghetto», scorgesi un palazzotto archiacuto con sopra un'arma gentilizia, e la seguente iscrizione:

Exigui Durate Lares Virtute Parati
Et Meus Et Serae Posteritatis Honor.
Valerius Superchius P.

L'edificio apparteneva appunto a Valerio Superchio, celebre medico, poeta, ed oratore, venuto nel 1480 da Pesaro ad abitare Venezia, ove morì nel 1540, e fu sepolto ai Servi con iscrizione dettata dal Bembo suo compare. Anche l'arma è quella del Superchio, inquadrata però coll'arma di Pellegrina Avanzo sua moglie.

Sulla medesima «Fondamenta di Cannaregio» altra lapide, posta recentemente, ricorda il prete veneziano Carlo Coletti, che fondò in questa situazione un istituto per «giovani correggendi» (ora trasportato a S. Girolamo), e che in questa casa venne a morte nel 1873.

Scavandosi circa il 1680 il «Canale di Cannaregio», si ritrovò un getto di acqua dolce, sorgente da certo serraglio quadro, fatto di pali, e grossi tavoloni, che arrivavano colle loro teste un piede sotto al fondo del canale medesimo. Vedi Zendrini («Memorie, Lib. 8»). Il Gallicciolli la crede opera romana. Ma il Gradenigo nei suoi «Casi Memorabili Veneziani» dice in quella vece che, per mezzo di tale artificio, solevasi introdurre l'acqua in una fontana del celebre giardino appartenente al medico Maffei, di cui parla il Sansovino nella sua «Venetia», 1581, c. 137 v.

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Canne (Calle delle)
a S. Giobbe. Mette ad un piccolo Campo, che anticamente chiamavasi «Campo delle Canne», perché colà vi era un deposito di canne delle quali servivansi nello spalmare i navigli. Vedi l'articolo antecedente. Dice il Sabellico («De Situ Urbis»), parlando di Cannaregio, che «in extrema regione, ubi olim naves construi consueverant», si esponevano «cannarum palustrium fasces ad navalis fabricae usum comparati». Leggesi nel Cicogna («Inscr. Ven. vol., VI») che «Zuane Dolfin» lasciò, mediante testamento 19 ottobre 1458, all'ospitale di S. Giobbe il «Campo delle Canne» colle seguenti parole: «Item volo ac dimitto sopradicto Hospitali S. Job terrenum vacuum super quo ponunt harundines, quod tenent Saraxa et alii; illud sit dicti hospitalis». Saraxa è cognome di famiglia che abitava in Cannaregio, trovandosi nella «Mariegola» della Scuola di S. Girolamo (sec. XV) già posseduta dal cav. Cicogna, un «ser Francesco Saraxa da S. Jeremia». In una «Mariegola» poi della Scuola della Misericordia (an. 1308-1484) sono registrati quali confratelli un «Marco», ed un «Zorzi dalle canne» da S. Geremia.

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Canonica (Sottoportico, Corte, Calle, Ramo, Calle, Ponte, Rio di)
a S. Marco. Dalle case ove, col restante del clero addetto alla Basilica, risiedevano i canonici di S. Marco. Essi anticamente dicevansi cappellani, e la loro istituzione rimonta all'829 in cui, come dice Pier Giustiniani nella sua storia, il doge Giovanni Partecipazio «primicerium et cappellanos instituit, qui diurnum nocturnumque officium divinis laudibus celebrarent». Variò il numero di questi canonici, leggendosi che nel 1393, allorquando il doge Antonio Venier ne investiva alquanti, si ritrovavano in numero di 26, e che negli ultimi secoli si restrinsero a 12 soltanto. Le case di loro residenza vennero ad essi destinate dal doge Ziani. Nel 1210 furono rifatte da Angelo Falier, unico allora Procuratore di S. Marco, e ridotte di pietra nel 1346. Lo Stringa nelle sue Aggiunte alla «Venezia» del Sansovino, pubblicate nel 1604, riferisce che a' suoi tempi erano 24, disposte nel modo seguente: 12 pei canonici residenti, 2 pei sacrestani, 5 pei sottocanonici, 2 pei sottosacrestani, 1 pel maestro di cappella, e le altre 2 pei guardiani di chiesa. Il sesto dei sottocanonici aveva anch'egli anticamente la propria casa, ma essa era stata demolita perché, essendo troppo vicina alla basilica, potea cagionarle pericolo di fuoco, ed in cambio il sottocanonico suddetto riceveva dalla Procuratia un corrispondente compenso in danaro. Per attestato del medesimo Stringa, queste case presentavano allora l'aspetto d'un convento con cortile nel mezzo, fornito di pozzo, ed attorniato da sottoportici al piano, e da un corridoio superiore. L'ingresso poi, come attesta l'opera manoscritta del Todeschini, altrove citata, col titolo: «Della dignità dei Procuratori di S. Marco», era dalla parte della piazzetta di S. Basso. Fino dal 1597 i Procuratori avevano divisato di rifabbricare la Canonica, ma, per varii impedimenti che vi si frapposero, ciò non ebbe effetto prima del 1618, terminandosi l'opera nel 1635.

Un fiero caso nasceva l'anno 1456 nella Canonica di San Marco. Eravi in Venezia un prete Vittore, uomo di pessima natura, e, secondo que' tempi superstiziosi, legato in amicizia col demonio, che teneva il sacco alle sue ribalderie «in forma canis albi». Costui, sapendo che nella Canonica di S. Marco abitava un Mauro d'Otranto canonico, uomo danaroso, salì sopra il tetto della di lui casa, e pel camino si calò nella stanza da lui abitata. Il canonico era allora in chiesa a cantar mattutino, sicché pre' Vittore andò frattanto esaminando ove tenesse il danaro, e poscia, per aspettar tempo opportuno, si nascose «in callicella lecti». Quando poi ritornò il canonico, se gli scagliò addosso, lottò lungamente col medesimo, e fu solo quando forse si vide inferiore di forze che desistette dalla lotta, e pregollo a lasciarlo partire. Accondiscese il canonico, e si accinse ad accompagnare pre' Vittore fuori della porta, ma questi, fingendo timore, volle che lo precedesse, e, giunto alla fine della scala, gli gettò una corda al collo, tentando eziandio di soffocarlo colle mani. Nacque allora lotta più fiera; pre' Vittore stringeva, pre' Mauro morsicava le mani di pre' Vittore, finché questi impugnò la spada, onde pre' Mauro era cinto, e gliela conficcò nella gola. Dopo ciò strascinò il cadavere nella strada, gli gettò sopra della legna, e mise a ruba la casa. Per tale delitto pre' Vittore venne posto alla tortura, ed, avendo innanzi il vicario patriarcale Nicolò dalle Croci, confessato il tutto, fu degradato, e consegnato all'autorità secolare, che il 19 marzo 1456 lo fece appendere alle forche.

Il «Ponte di Canonica» venne fatto erigere, secondo molti cronisti, dopo l'assassinio commesso sopra Vitale Michiel II nel 1172, e ciò perché i dogi il giorno di Pasqua si recassero, non più per la «Riva degli Schiavoni», ma per di dentro, a visitare la chiesa di S. Zaccaria. Vedi Rasse (Calle delle). Altri vogliono che il Ponte medesimo sia stato eretto alquanto prima, cioè nell'864, dopo la uccisione del doge Pietro Tradonico. La presente rifabbrica, sopra disegno d'Antonio Mazzoni, data dal 1755.

Presso il «Ponte», e sopra il «Rio di Canonica» sorge un magnifico palazzo lombardesco, che prima fu dei Trevisan, e poscia dei Cappello. Alcuni credettero che da queste soglie fuggisse nel 1563 la celebre Bianca Cappello. Ma i documenti scoperti provarono in quella vece che il palazzo, ove Bianca abitava, è quello situato al «Ponte Storto» a S. Apollinare. V. Storto (Ponte). Essa bensì, quando già era fuggita da Venezia, e si trovava in Firenze amante del Gran Duca, comperò il palazzo di «Canonica» dal N. U. Domenico Trevisan q. Angelo, con istrumento 4 ottobre 1577, in atti di Antonio Callegarini, e donollo al proprio fratello Vittore coll'altro istrumento 12 maggio 1578, in atti del notaio medesimo.

Canonica (Calle)
a S. Girolamo. E' così detta, secondo la Descrizione della contrada dei SS. Ermagora e Fortunato pel 1661, da varie case e botteghe, possedute allora dal patriarca di Venezia Francesco Morosini.

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Canossiane (Ramo delle)
a S. Alvise. Vedi S. Alvise.

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Caotorta (Calle)
a S. Angelo. Se volessimo credere allo Zabarella, Antifone, figliuolo di Pilemene re della Paflagonia, venuto con Antenore in Italia dopo la rovina di Troja, ed approdato alla isola di Olivòlo, propagò la famiglia dei Stivacali, o Samacali, detti poscia Capotorto, e più volgarmente Caotorta. Quel che possiamo dire di più certo si è che abbiamo memoria di questa famiglia sino dai primi anni della fondazione di Venezia, che essa anticamente esercitò il tribunato, e fabbricò a «Castello» la chiesa dei SS. Sergio e Bacco, e che, al chiudersi del M. C., ne restò esclusa, ma poscia vi fu riassunta nel 1317. Un ramo della medesima abitava alla Madonna dell'Orto, nella calle perciò denominata «Caotorta», oggidì più non esistente. Un altro ramo, che apparteneva alla cittadinanza originaria, pel matrimonio non approvato del N. U. Alvise Caotorta q. Michele con Caterina Avastago dell'isola di Zante, abitava in quella vece a S. Angelo nella Calle di cui facciamo parola, in una casa già posseduta dalla patrizia famiglia Cappello, ma poscia comperata da Alvise Caotorta q. Alessandro, coll'istrumento 5 ottobre 1759, in atti Giuseppe Cominciolli N. V. Questo ramo, il quale aveva in chiesa di S. Angelo le sue tombe con epigrafi illustrate dal Cicogna, venne aggregata nel 1802 al Consiglio Nobile di Treviso, ed ebbe la conferma della propria nobiltà dal governo austriaco il 9 decembre 1819.

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Capara (Fossa)
a S. Nicolò. Scrive il Gallicciolli: «Quella parte di Mendigola, che fa la punta estrema a ponente tra il Rio dell'Angelo Raffaele, e l'imboccatura del Canale della Giudecca, si dice Fossa Capara, forse perché vi si pescassero cape» (cappe, o conchiglie marine). Il Gallicciolli però non coglie nel segno, perché proviene il nome dalla famiglia Caparo, che sappiamo aver abitato a S. Nicolò, e che era del ceto dei pescatori. Vedi il codice 1673 della Raccolta Cicogna (ora nel patrio Museo) ove vengono enumerate le famiglie pescatorie della contrada di S. Nicolò.

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Caparozzolo (Ramo primo, Calle, Corte del)
a Castello. Il N. U. Giovanni Sagredo notificò nel 1740 ai X Savii di possedere a «Castello», in «Corte Caparozzola», una casa appigionata a «Pietro Caparozzolo».

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Capitello (Calle del)
a S. Alvise. Avendosi nei primi tempi, per rendere più sicura la città dagli assassinamenti che succedevano, posto ad ardere per le strade mal sicure alcuni fanali, detti allora «cesendeli», perché mandavano un chiarore fioco, non dissimile da quello delle lucciole, «cicendelae» nominate, la pietà dei parroci poneva innanzi ad essi delle imagini di Santi, affinché al loro cospetto si rattenessero i ribaldi dal commettere azioni malvagie. Ecco l'origine di quegli altarini, o «capitelli», sì frequenti tuttora in Venezia. Il frate tedesco Faber, che nel 1489 pubblicò a Stuttgart il suo «Evagatorium», o Viaggio in Terra Santa, così scrive, parlando dei «capitelli» di Venezia: «In omnibus angulis, ubi arcti sunt vici et curvi, est suspensa una lampas, quae noctibus accenditur, et ne lumen gratis ardere videatur, ad parietem, retro lampadam, ponunt aliquam imaginem B. V., et lampas tam ad honorem B. V. accenditur, quam ad comoditatem transeuntium».

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Cappellan (Corte del)
a S. Giustina. La Descrizione della contrada di S. Giustina pel 1661 dimostra che in questa Corte, fin d'allora chiamata «del Cappellan», eravi una «casa delle monache data al loro Cappellano». E la «Cronaca Veneta Sacra e Profana», parlando della chiesa di S. Giustina, dice: «Alla cura di questa chiesa e parrocchia le Monache, che sono al numero di 46 circa, vi creano un Cappellano con un coro di Preti».

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Cappellèr (Sottoportico e Calle, Ramo e Calle del)
a S. Cassiano. Da un «capeler», o cappellaio, che qui esiste tuttora.

Il «Sottoportico» e la «Calle del Cappeller» a S. Cassiano chiamavansi un tempo «della Pigna», ed il «Ramo e Calle del Cappeller» dicevansi in quella vece «del Pero». Checché opini il Gallicciolli, ambidue sono cognomi di famiglie, che troviamo aver abitato in parrocchia di S. Cassiano. Anzi sul muro del «Sottoportico del Cappeller» scorgesi anche attualmente effigiata l'arma della famiglia Dalla Pigna.

Presso il «Sottoportico» e «Calle del Cappeller» a S. Cassiano nacque il 27 settembre 1786 un grave incendio in cui perirono abbruciate due sorelle.

La denominazione del «Cappeller» è altrove ripetuta. Quantunque l'uso dei cappelli di pelo feltrato abbia avuto generalmente principio intorno la metà del secolo XV, nulladimeno molto dopo s'introdusse in Venezia. Da una legge del secolo XVII si vede che i nostri padri distinguevano i cappelli in varie qualità, cioè «di castor, di mezzo castor, d'agnino di Spagna, di gambello, d'agnino di Padova», e di lana più o meno ordinaria. I Cappellai erano anticamente uniti ai Merciai, ma se ne staccarono nel 1676. Essi raccoglievansi in chiesa di San Leone all'altare di S. Jacopo, e colà pure avevano tomba coll'iscrizione: D. O. M. Arte de Cappelleri 1678. Ristaurata 1736.

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Cappellera (Corte)
a S. Francesco della Vigna. Vedi Cappeller (Sottoportico e Calle ecc. del).

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Cappellis (Calle)
a S. Maria Nuova. Nella Descrizione della contrada di S. Maria Nuova pel 1740 trovasi che l'«illustrissimo sig. Piero Cappellis, mercante di seta», teneva a pigione due case qui poste, allora possedute dalla «commissaria Armano». Egli ebbe dalla moglie Giulia Prezzato, sposata nel 1736, cinque figli, cioè Gian Battista, Gian Domenico, Gian Agostino, Gian Francesco e Marcandrea, i primi quattro dei quali furono approvati cittadini originarii il 22 marzo 1749, ed il quinto il 16 agosto 1770. Erano tutti venuti alla luce in parrocchia di S. Maria Nuova. Un'epigrafe mortuaria di questa famiglia, che esisteva nella chiesa di S. Maria Nuova, è riportata dal Cicogna («Inscriz. Ven., vol. III»).

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Cappello (Sottoportico e Calle del)
a S. Marco. L'osteria che qui esiste, all'insegna del «Cappello», data dal secolo XIV poiché se ne trova menzione fino dal febbraio 1341 M. V. e nel 1379 un «Francesco dal Cappello» in parrocchia di S. Basso era allibrato all'estimo del comune. Si fa ricordo di essa osteria, che apparteneva alla basilica di S. Marco, ed era amministrata dai «Procuratori de Supra», anche in una deposizione di un Giacomo servitore, fatta negli atti della Curia Castellana, il 20 luglio 1453. Abitava costui col suo padrone Zanini da Crema in casa di un Lazzaro Tedesco, il quale teneva ospiti a settimana in contrada di S. Luca, e colà eravi pure certa Chiara. Costei un bel dì chiamollo a testimonio delle nozze che contraeva con un certo Giovanni dicendo: «Io vuò che sia presente ancho ti a queste nozze», ed in quella ricevette da Giovanni l'anello nuziale, accompagnato dalle parole: «Chiara io te tojo per mia mujer»; dopo di che, sopraggiunta la notte, gli sposi novelli «se n'andà tutti do a dormir insieme». Senonché Giacomo confessò d'aver saputo che Chiara erasi antecedentemente maritata all'albergo del Cappello con un giovane Rigo, e d'essere stato pregato da lei di tacere tale circostanza al momento del suo nuovo matrimonio.

L'osteria del «Cappello», in «Piazza di S. Marco», è nominata pure in una sentenza criminale del 27 settembre 1483 colla quale venne condannato in vita nella carcere Catolda un capitano turco per nome Iusuph, che in detta osteria aveva sodomitato un ragazzo. Il reo però nell'anno seguente, richiesto in grazia dal Sultano, gli venne rimandato.

E' nominata in una legge del 1490 per cui estendevasi anche a questa osteria l'altra legge del 1489 che vietava il tenersi meretrici nelle osterie situate in «Piazzetta», presso la «Panateria».

Anche il Sanudo nei «Diarii» parla della medesima osteria, raccontando come il 5 maggio 1515 si espose al pubblico in essa un garzone, d'anni 14, nato in Piccardia, dal petto del quale usciva il busto d'un'altra creatura. Questo mostro venne fatto la sera medesima partire per ordine del Consiglio dei X.

Presso al «Sottoportico del Cappello» fu posta nel 1841 una scultura, rappresentante una vecchia che, affacciandosi alla finestra, urta e fa cadere sulla strada un mortaio. E' il sito ove abitava quella Giustina, o Lucia Rossi, la quale affacciandosi appunto alla finestra il 15 giugno 1310, al rumore prodotto dai congiurati di Boemondo, o Bajamonte Tiepolo, lasciò cadere un mortaio sulla testa al vessillifero dei ribelli. Vuolsi che egli morisse colà ove scorgesi tuttora un pezzo di bianco marmo innestato nel pavimento. Il Doge e la Signoria fecero chiamare la Rossi per premiarla, ed essa, dopo aversi a lungo schermito, chiese di poter esporre nei giorni festivi da quella finestra donde precipitò il mortaio, uno stendardo o bandiera, con lo stemma di S. Marco. Chiese inoltre che i Procuratori di S. Marco, proprietari della casa ove abitava, e della sottoposta bottega, non ne potessero crescere l'annua pigione di ducati 15 né a lei, né alle sue figlie. A ciò acconsentì il Doge, anzi estese il beneficio a tutti i di lei discendenti. Per la storia successiva di questa casa e bottega, le quali da quel momento in poi si chiamarono «della Grazia del Mortèr», vedi l'opuscolo: «Storia della Casa e Bottega in Venezia di ragione della Grazia del Morter», e «Cenni sulla Congiura di Boemondo Tiepolo. Venezia, Milesi, 1842».

Cappello (Calle, Ponte)
a S. Giovanni Laterano. Dalla città di Capua, dicono i cronisti, molte famiglie passarono a Roma, e tra queste i Capuelli, detti poscia Cappello, i quali furono ammessi alla cittadinanza Romana, ma in seguito, essendo stati proscritti dai Triumviri, si trasportarono a Padova, e di là ai tempi d'Attila, a Venezia, ove furono aggregati al patriziato nel 1297. Sebbene questa famiglia possa contare nella carriera ecclesiastica un Pietro vescovo di Cremona nel 1362, ed un Benedetto arcivescovo di Zara nel 1639; nella letteraria un Bernardo, buon poeta, che trovasi nominato nel «Furioso» dell'Ariosto; e nella civile parecchi magistrati distinti, tuttavia rifulse maggiormente nelle belliche imprese. Tra molti valorosi guerrieri ricorderemo quel Vittore che nel 1462 e 1465 fu Generalissimo dei Veneziani contro i Turchi, riportando segnalate vittorie e che, morto nel 1466 di cordoglio, a cagione d'essere stato battuto dai nemici, ebbe per cura dei parenti, un'onorevole monumento sulla porta della chiesa di S. Elena in isola. Anche un Nicolò Cappello sconfisse i Turchi in varii incontri, preservò Cipro nel 1487 dalle ostili ingiurie, e nel 1490 ridusse Paros con altri luoghi alla Veneta obbedienza. Non dimenticheremo per ultimo quel Vincenzo Cappello, per ben cinque volte generale di mare, a cui spese sorse nel 1541 la facciata della chiesa di S. Maria Formosa, riguardante il «Ponte delle Bande». Colà si scorgono tuttora l'urna e la statua dell'eroe, mentre sulla facciata risguardante il Campo, eretta per testamento d'un altro Vincenzo Cappello nel 1604, ammiransi i busti d'altri cospicui soggetti della famiglia. Essa produsse eziandio la celebre Bianca, morta Granduchessa di Toscana, e diede il nome a più d'un sentiero di Venezia. Un ramo della medesima abitava a S. Giovanni Laterano in un palazzo fregiato del di lei stemma gentilizio, e nominato dal Sansovino nella sua «Venezia», nonché dal Boschini nelle «Ricche Minere della Pittura Veneziana». Scrive quest'ultimo autore che dopo la chiesa di San Giovanni Laterano «si trova Casa Capella, il di cui cortile è tutto dipinto dalla scuola del Zilotti».

Cappello (Calle)
a S. Apollinare. Vedi Storto (Ponte).

Cappello o dei Garzoti (Ponte)
a S. Simeon Grande, in «Rio Marin». Dipende la prima denominazione da un prossimo palazzo, che anticamente era, secondo le genealogie del Priuli, dei Bragadin, e poscia dei Soranzo. Così dice il Martinioni nell'appendice ai palazzi descritti dal Sansovino e dallo Stringa: «In Rio Marin è degno di memoria quello dei Soranzo, per costruttura, per marmi, per magnifiche stanze, per ampie sale e per gli ornamenti specialmente di eccellenti pitture». Questo palazzo, coll'andar del tempo, passò in mano della famiglia Cappello, della quale dicemmo più sopra.

Rammenta il Quadri, nella sua «Descrizione topografica di Venezia», aver appartenuto al ramo dei Cappello qui domiciliato quel cav. Antonio, ambasciatore presso Luigi XVI di Francia, che fino dal 1788 avvisò il proprio Governo delle turbolenze di quel regno, ed esortollo indarno a prendere caute misure onde resistere agli sconvolgimenti derivati perciò a tutta l'Europa. Per la seconda denominazione vedi Rio Marin (Fondamenta) o dei Garzoti.

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Cappuccine (Fondamenta delle, Ponte alle)
a S. Girolamo. Sullo scorcio del secolo XVI Angela Crasso, avendo in animo di darsi alla vita claustrale, si ritirò con una compagna in una casa attigua all'oratorio della Fava. Di là le due donne passarono in un'altra casa presso «l'Ospedaletto» ai SS. Giovanni e Paolo, la quale riuscendo angusta pel numero crescente delle loro seguaci, si trasferirono in più capace albergo a S. Ternita. In seguito, ridotte a dodici, eressero in «Quintavalle» a Castello un formale convento, ove nel 1609 vestirono l'abito dei Cappuccini. Ma poscia, non contente della situazione, ne fecero sorgere un altro nel 1612 sulla Fondamenta che stendesi in faccia la chiesa di S. Girolamo, e nel 1614 vi aggiunsero una chiesa, che si consecrò nel 1623 sotto i titoli di S. Maria Madre del Redentore, di S. Francesco, e di S. Chiara. Questo convento fu soppresso nel 1818, e ridotto ad uso di ospizio per maniache. Nel 1827 però venne restituito, insieme colla chiesa alle Cappuccine, che tuttora vi dimorano.

Cappuccine (Calle delle)
a S. Maria del Pianto. E' così nominata da un convento di monache Servite, dette le Cappuccine, che era congiunto alla chiesa di S. Maria del Pianto. Questi edifici si presero ad architettare nel 1647 da Baldassare Longhena per voto fatto dal Senato nella crudel guerra contro il Turco, e dietro l'esortazione di Maria Benedetta Rossi, monaca Servita del convento di Burano, che fino dal 1630, epoca della pestilenza, aveva suggerito questo mezzo come atto a placare l'ira celeste. Nel 1658 Maria Innocenza Contarini, successa alla Rossi, condusse da Burano alcune monache per popolare il nuovo convento, il quale nel 1810 venne, come tanti altri, soppresso, chiudendosene anche la chiesa. Nel 1814 ambi gli edifici vennero acquistati dall'abate Antonio de Martiis, e volti ad uso d'educazione maschile, e di speculazione privata. Finalmente l'ab. Daniele Canal (poscia canonico) v'istituì altro collegio, ove si educano povere fanciulle, e, dopo un breve spazio di tempo, giunse a riaprire la chiesa, riconsacrata il 21 agosto 1851. Vedi l'opuscolo intitolato: «La Chiesa di S. Maria del Pianto in Venezia. Venezia, Antonelli, 1851».

Gravissimo incendio sviluppossi la sera del 5 gennaio 1748 M. V. in «Calle delle Cappuccine», in un magazzino di merci d'una compagnia di mercadanti, a causa d'un garzone che vi entrò colla pipa accesa. Durò fino a giorno, ed in tale circostanza morì soffocato dal fumo, e sepolto fra le macerie, un servo di Biagio Alpegher negoziante. Andarono consunti 145 colli di cotone, ed altre merci con rilevantissimo danno. S'abbruciarono inoltre quattro case di proprietà Morosini.

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Capuzzi (Calle)
a S. Vito. Benché prossima alla distrutta chiesa di S. Vito, era sotto la parrocchia di S. Agnese, e la Descrizione di questa contrada pel 1661, chiamandola «Calle del Capuzzo», ci fa sapere che allora vi abitava «Giacomo Capuzzi calafao dell'Arsenal» in «casa delli NN. UU. Agostin e Z. Donà Coreggi».

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Carabba (Calle)
a S. Marina. Vedi Brandolin o Carabba (Ramo)

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Carampane (Calle, Fondamenta ora Rio Terrà, Rio Terrà, Calle dietro delle)
a S. Cassiano. Fino dal 1358 si prescrisse che i Capi di Sestiere dovessero rintracciare un locale a Rialto per concentrarvi le meretrici. Esso venne ritrovato nel 1360, e fu un gruppo di case in parrocchia di S. Matteo, appellato il «Castelletto», che doveva stare sotto la sorveglianza di sei custodi, e rinchiudersi ogni sera al cessare della terza campana di S. Marco, né aprirsi giammai nelle feste principali della chiesa. Le meretrici obbedivano ad alcune «matrone», incaricate di far cassa dei guadagni, e quindi, alla fine d'ogni mese, dividerli tanto per testa. Le abitatrici del «Castelletto» si sparsero, col progredire del tempo, anche in altri luoghi della città, fra cui di preferenza nel quartiere detto «Carampane» da «ca'» (casa) e «Rampani», cognome d'antica famiglia patrizia, che colà possedeva alcuni stabili. Ciò venne loro proibito, laonde il Sabellico, che scrisse il suo opuscolo «De Situ Urbis» circa al 1490, ebbe a dire: «Carampanum vicum unde nuper sublatum lupanar». Ma esse vi ritornarono sempre, deludendo in tal guisa la legge, che avrebbe voluto vederle tutte rinchiuse nel «Castelletto».

Ad onta che molte di tali donne si trovassero un tempo in Venezia, v'infieriva il vizio della sodomia, laonde si dovette non solo tollerare, ma prescrivere, come accenneremo anche altrove, che esse stessero sulle porte ed alle finestre lascivamente scoperte, mentre una lucerna illuminava di sera il curioso spettacolo. Che se tanto prescrivevasi perché gli uomini, allettati ad un vizio minore, da un maggiore venissero distolti, severissime leggi, fatte in diversi tempi, e che si possono dire epilogate nel decreto 13 agosto 1644, raffrenavano le prostitute. Non potevano esse aver casa sopra il «Canal Grande», né pagar più di ducati 100 di affitto; non andar per «Canal Grande» all'ora del corso, e vagar per la città in barca a due remi; non entrare in chiesa nelle solennità, perdoni, od altri concorsi di devozione; non portare il «faziol bianco da fia» (manto, od accappatoio da donzella); non ornarsi di oro, gioie, e perle buone o false ecc. Erano escluse finalmente (e tale sorte avevano ancora i ruffiani) dal far testimonianza nei processi criminali, e non venivano ascoltate qualora avessero domandato in giudizio il pagamento pei servigi prestati.

La «Calle dietro le Carampane» è denominata anche «Rizzo». Vedi Rizzo (Calle ecc.) a S. Cassiano.

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Carbon (Riva, Traghetto della Riva, Calle, Ramo e Sottoportico del)
a S. Luca. Sulla «Riva del Carbon» tuttora si fa spaccio di questo combustibile. Esiste una legge del Magistrato alle Acque, 5 aprile 1537, con cui comandavasi che le zattere cariche di carbone «non possino fermarsi dinanzi le bocche de Rivi, e due solamente per tessera possino trattenersi per vender alla Riva del Carbon». Sul margine della medesima eranvi eziandio alcune botteghe di legname, ove vendevasi carbone; due delle quali appartenevano ai Bembo, ed una ai Donà. I Carbonai unironsi in corpo nel 1476, ed avevano scuola di devozione nella prossima chiesa di S. Salvatore, sotto il patrocinio di S. Lorenzo. Essi andavano esenti dalla milizia perché scaricavano senza mercede il carbone occorrente all'Arsenale ed alla Zecca. Erano poi 25, né tal numero poteva variarsi, perché la Repubblica aveva venduto le «corbe», cioè il diritto di portare in esse il carbone, e chi era proprietario di una di tali azioni poteva tanto da sé esercitare questo mestiere, quanto farlo esercitare da altri.

Leggesi nelle «Raspe» dell'«Avogaria di Comun», che l'8 settembre 1477, passando il N. U. «Daniele Soranzo q. Francesco», ed un certo «Giacomo da Crema», circa l'ore 24, per la «Calle del Carbon», vennero invitati a salire in casa da una meretrice cognominata Maria Scorzupi. Fermatisi a cena con essa, mangiarono «unam coradellam castrati ad suffritum, et unum fegatum unius leporis quem tunc praedictus Daniel interfecerat». Ritornati poscia alle loro case, ambidue sentironsi male a segno, che il Soranzo la mattina seguente morì, ed anche il compagno versò in grave pericolo di vita, recendo «nescio quid ad similitudinem verderame». La Scorzupi perciò venne posta in prigione e torturata, ma nulla confessando, e d'altra parte non trovandosi in lei pravità d'intenzione, fu assolta con sentenza 10 novembre dell'anno medesimo.

Sulla «Riva del Carbon» prese ad abitare sul principio del 1551 il celebre Pietro Aretino in una casa, la pigione della quale, ascendente a 60 scudi annui, venivagli generosamente pagata dal duca di Firenze. Vedi Mazzuchelli («Vita di Pietro Aretino»). Questa casa, come si scoprì da una fede rilasciata da Pietro Paolo Demetrio, pievano di S. Luca, notarilmente autenticata, ed esistente nel R. Archivio d'Arezzo, apparteneva a Leonardo Dandolo di ser Girolamo, ed era probabilmente sopra, od in vicinanza dello attuale Caffè detto «degli Omnibus». Qui continuò l'Aretino ad abitare fino all'epoca della sua morte, che, in mancanza dei registri mortuarii, venne dagli eruditi fissata, per congetture, all'anno 1557, ma che successe in quella vece il 21 ottobre del 1556. Salvatore Bongi infatti nella Vita d'Anton Francesco Doni, premessa alle «Novelle» di questo autore (Lucca, Fontana, 1852), trasse dall'«Archivio Mediceo» («Carteggio di Venezia, Filza 80»), un brano d'una lettera scritta da Venezia a Firenze dal Pero al Pagni nel 24 ottobre 1556, ove si legge: «Il mortal Pietro Aretino mercoledì sera, a hore tre di notte, fu portato all'altra vita da una cannonata d'apoplexia senza haver lassato desiderio e dolor a nissun huomo da bene. Dio li abbia perdonato!» Anche il pievano Demetrio nella fede sopra indicata dice ch'egli «morì da morte subitanea giù d'una cadrega da pozo», avendoci prima fatto sapere che il Giovedì Santo di quell'anno si era confessato e comunicato in chiesa di S. Luca, «piagnendo lui estremamente». Da ciò risultano favolose due circostanze inventate da alcuni scrittori circa gli ultimi momenti dell'Aretino. La prima consiste nel racconto che egli morisse accoppato, cadendo dalla seggiola, mentre tragittavasi sopra di essa, puntando i piedi al suolo, e ridendo sgangheratamente all'udire certe tresche delle proprie sorelle meretrici nel bordello d'Arezzo. Consiste la seconda nell'altro racconto che egli, avendo ricevuto la Sacra Unzione, dicesse beffardamente:

Guardatemi dai topi or che son unto!

E' poi singolare il caso (se pure la cattiva salute dell'Aretino non avesse potuto farlo presagire) che il Doni nel «Terremoto» indovinasse l'epoca della di lui morte colle parole: «In quest'anno del LVI tu morirai perché l'apparizione che fu della stella ai Magi nella nascita del Signore si tenne per gran segno, ed ora per piccolo io tengo la cometa di quest'anno venuta per conto tuo per essere tu contrario a Cristo» ecc.

Abbiamo notato una Scorzupi meretrice, domiciliata nel 1477 in «Calle del Carbon». Fin d'allora forse molte di tali femmine avevano sede nella calle così denominata, il che per certo verificavasi nel secolo passato, chiamandola Gasparo Gozzi la «via detta del Carbon dove abitano in certe casipole terrene le più sozze uccellatrici degli uomini».

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Cariole (Sottoportico e Corte delle)
a S. Giuliano, presso la «Calle dei Specchieri». Da un falegname che occupavasi di preferenza a costruire «cariole» (carriuole). Un «Messer Lorenzo dalle Cariole» teneva in questo sito a pigione nel 1564 una casa e una bottega della pieve di S. Giuliano, la quale possedeva in «Calle dei Specchieri», un tempo detta «Calle delle Acque», vari stabili. Vedi la «Raccolta d'Istrumenti, Testamenti» ecc. «che si conservano nella chiesa di S. Giuliano» (Codice Cicogna, N. 392).

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Carità (Rio terrà, Campo, Ponte della).
La chiesa di Santa Maria della Carità, una fra le più antiche di Venezia, era nei primi tempi di legno. L'anno 1120 il patrizio Marco Zulian offrì tutto il suo avere nelle mani del legato pontificio per erigerla in pietra, insieme ad un convento che nel 1134 accolse alcuni canonici regolari di S. Maria in Porto di Ravenna, perciò detti Portuensi. Papa Alessandro III nel 1177 consecrò questa chiesa, e la arricchì d'indulgenze, laonde sorse il costume che ogni anno il Doge e la Signoria si recassero il giorno 5 aprile a fruire delle medesime. Essendo stato eletto nel 1409 a priore della Carità Francesco Cappello, e vedendo il suo convento quasi disabitato, v'introdusse una colonia di canonici regolari di S. Maria Frisionaria di Lucca, dei quali in seguito, col resto dei suoi, abbracciò l'istituto. Il cardinale Gabriele Condulmer, poscia Eugenio IV, diede da abitare ai canonici suddetti il convento di S. Salvatore, ma essi, scusandosi col dire, non essere confacente al loro vivere ritirato un'abitazione posta in mezzo ai tumulti della città, l'abbandonarono, ritornando nel loro pristino asilo. La chiesa della Carità fu ricostruita nel 1446, e nel secolo successivo abbellita. Quanto al convento, il Palladio lo riedificò circa il 1560, senonché l'opera del celebre architetto bruciò in gran parte il 16 novembre 1630. La religiosa famiglia dei canonici regolari restò soppressa in virtù della legge 7 settembre 1768, affidandosi in quella circostanza la uffiziatura della chiesa ad un cappellano. Anche questa però venne chiusa nel 1807 dal Governo Italico, e destinata, unitamente al locale in cui raccoglievasi la Confraternita della Carità, di cui parleremo nell'articolo seguente, a formare l'«Accademia di Belle Arti».

Racconta la tradizione popolare che, essendo venuto travestito a Venezia papa Alessandro III nel 1177, ed avendo dormito la prima notte sulla nuda terra presso la «Calle del Perdon» a S. Apollinare, oppure, come altri dicono, sotto il portico della chiesa di S. Salvatore, capitò la mattina seguente al monastero di S. Maria della Carità, ottenne d'esservi accolto come semplice cappellano, o, secondo un'altra versione, come guattero, e vi restò circa sei mesi, finché, riconosciuto da un francese per nome Comodo, venne accompagnato dal doge con tutta pompa al palazzo ducale, e quindi ospitato nel palazzo del patriarca di Grado a S. Silvestro. Ma il Romanin nella sua «Storia Documentata di Venezia» dimostra l'insussistenza di tale favoletta. Anche noi torneremo a discorrerne in altra occasione. Vedi Perdon (Calle ecc. del).

Il campanile della Carità precipitò il 27 marzo 1744 nel «Canal Grande» fracassando due case vicine, e commovendo l'acqua in modo da far balzare sulla strada le gondole del prossimo traghetto.

Il «Campo della Carità» fu ai nostri giorni messo in comunicazione col «Campo di S. Vitale» mediante un ponte di ferro, gettato attraverso il Canal Grande, che venne costrutto dall'ingegnere Neville nelle officine inglesi. Questo ponte si aprì al pubblico nel giorno 20 novembre 1854. Un ponte da S. Vitale alla Carità era stato proposto fino dal secolo XV. Scrive il Magno nella sua cronaca: «Del 1488, a dì 10 avosto, in consegio per S. Luca Trun prov. de Comun fu messa parte de far dui ponti sopra il Canal grando, zoè uno a Santa Sofia, et l'altro a la Charità, ma tutto el consegio ridendose de questo, non fu balotà».

Carità (Ramo, Corte della)
in «Birri», a S. Canciano. Lo stemma della confraternita della Carità, scolpito sul muro, è indizio che qui essa possedeva alcune case. Queste erano in numero di sedici, derivanti dal testamento di Tommaso Trevisan 26 febbraio 1489 M. V. in atti di Ulisse Pallestrina N. V.

La confraternita della Carità ebbe origine nel 1260 in chiesa di S. Leonardo. Poscia trasferissi alla Giudecca, ove fondò un oratorio sacro a S. Jacopo, più tardi atterrato per dar luogo alla chiesa dei pp. Serviti. Quindi, ritornata a Venezia, eresse nel 1344, presso il convento dei canonici regolari di S. Maria della Carità, una Scuola, che circa il 1760 fu decorata d'esterno prospetto eseguito da Bernardino Maccaruzzi sul disegno di Giorgio Massari. La confraternita della Carità venne disciolta nel 1807 per opera dell'Italico Governo. Apparteneva alle sei Scuole Grandi, ed ebbe fra i suoi confratelli molti illustri personaggi, fra i quali il cardinale Bessarione, celebre per dottrina, e pel dono fatto nel 1468 alla Repubblica della sua biblioteca fornita di codici insigni.

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Carlo Coletti (Fondamenta).
Vedi Moro.

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Carminati (Ramo, Salizzada, Ramo secondo Salizzada, Ramo terzo Salizzada)
a S. Eustachio. La famiglia Carminati ebbe la sua culla nel territorio di Bergamo. Fino dal 998 fu chiara per quel Pietro che combatté valorosamente contro i Saraceni, laonde coi discendenti ebbe il titolo di conte e cavaliere da Giovanni XVIII nel 1006. Il pontefice, nel breve speditogli, concede altresì facoltà a Giacomo di lui figlio, che era canonico, di poter succedere nel vescovato di Bergamo col titolo di vescovo pontificio, e si dichiara congiunto di sangue ai Carminati colle parole: «Concedimus et mandamus per praesentes ad hanc propaginem tuam quia ex ipsa originem traximus» ecc. I Carminati levarono bel grido di sé nella terra natale anche nei secoli XIV e XV, sostenendo parte Ghibellina, e possedendo fortilizi e castelli. Poscia si diffusero in Milano, Genova, Verona, e Venezia, nella qual ultima città vennero ascritti al patriziato nel 1687. Essi tuttora possiedono, ed abitano un palazzo a S. Eustachio, che ha l'arma loro sculta sul prospetto, ed imposero il nome alle prossime vie.

Una «Calle Carminati» eravi anche a S. Lio da un vasto casamento tuttora posseduto, ed abitato da un altro ramo della famiglia Carminati, ascritto alla cittadinanza originaria. Questa calle però ora è scomparsa, facendo parte del giardinetto aggiunto recentemente al fabbricato.

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Carmine (Campo, Rio del).
Poca credenza merita chi dice essere stati tradotti a Venezia i Carmelitani dalla Tracia nel 1125 da Giovanni Zancarolo. E' più probabile che vi ponessero piede nel secolo XIII, nel qual tempo eressero in questa situazione un monastero ed una chiesa dedicati a S. Maria Assunta, detti poscia comunemente di S. Maria del Carmine. La chiesa ebbe consacrazione nel 1348 da Marco Morello, vescovo Democedense, con l'intervento di altri sei vescovi. Più d'una volta in seguito fu ristaurata, e specialmente nel secolo XVII. Nel secolo trascorso si rialzò anche il monastero, ma nel 1810 venne soppresso. La chiesa allora divenne parrocchiale, componendosi il suo circondario con tutte le contrade della parrocchia soppressa di S. Barnaba, con massima parte di quelle della pure soppressa parrocchia di S. Margarita, e con alcune delle due conservate parrocchie di S. Pantaleone, e dell'Angelo Raffaele.

Essendosi il campanile di S. Maria del Carmine, col girare dei secoli, alcun poco inclinato, l'architetto Giuseppe Sardi lo ristabilì in giusta linea nel 1688, e di ciò, come di opera prodigiosa, si volle serbare memoria, mediante pomposa epigrafe, posta nel campanile medesimo.

Esso nel 21 settembre 1756 fu colto di sera da una saetta, la quale apportò danno non mediocre alla cupola ed alle colonne, che con fracasso rotolarono giù dalle scale. I frati, che in quel momento stavano suonando le campane, credettero che tutto il campanile dovesse precipitar loro sulla testa, per cui si diedero atterriti a fuggire, spingendosi l'uno coll'altro. In quel trambusto frate Belisario laico diede del capo nel muro, oppure in una trave, e per la ferita in breve morì (Cod. Cicogna 264).

Al lato destro del «Campo del Carmine» esiste una casa che credesi avanzo d'un antico palazzo già posseduto dalla famiglia Moro, e che è conosciuta sotto il nome di «casa dell'Otello». Imperciocché si suppone che Otello non sia altro che un Cristoforo Moro, figlio di Lorenzo, Veneto patrizio, e che Giraldi Cintio ne' suoi «Ecatommiti» (1565), e Shakespeare nella sua tragedia (1604), per un riguardo alla nostra aristocrazia, facessero figurare qual protagonista nelle loro finzioni un moro di colore, piuttostoché un Moro di cognome. Tale congettura esposta dall'erudito sig. Rawdon Brown («Ragguagli sulla Vita e sulle Opere di Marin Sanuto» ecc.), e seguita da altri, derivò dal leggersi che esso Cristoforo Moro venne spedito nel 1505 luogotenente in Cipro, e che nel 1508, eletto capitano di 14 galere in Candia, ritornò a Venezia per riferire sulle cose di Cipro, avendo perduto nel viaggio la consorte. Aggiungasi che nel 1515 egli si rimaritò con una figlia di Donato da Lezze, soprannominata Demonio Bianco, donde forse Desdemona. Checché sia di tutto questo, devesi dichiarare che il palazzo in «Campo del Carmine» non appartenne giammai ai Moro, ma bensì ai Guoro, i quali lo ebbero dai Civran, come appare dallo stemma Civran tenuto dalla figura d'un guerriero, scultura del secolo XV, che sta sull'angolo risguardante il Rivo. Inoltre, il diligentissimo Cicogna lesse un'iscrizione nell'interno di quella casa, da cui si ricava che essa venne incominciata a rifabbricarsi nel 1502 da un Pietro Guoro nell'anno secondo del consiglierato di Luca Civran, suo zio materno, ed ottenne compimento nel 1507. Si ponga mente, per ultimo, che Cristoforo Moro era della famiglia domiciliata in Campo di S. Giovanni Decollato. Si può adunque sospettare che volgarmente si venisse a confondere il cognome Guoro, o Goro, con Moro, e che, anche avuto riguardo alla figura del guerriero, posta sull'angolo del Rivo, si affibbiasse alla casa di cui parlammo una rinomanza che essa punto non meritava.

Del palazzo Guoro toccano i «Diari» del Sanudo colle parole: «22 Marzo 1519. Et preseno di retenir il R. D. Zuan Lando arzivescovo di Candia, incolpato di monede false, il qual sta ai Carmini in cha Zivran al Ponte di Guori, et cusì in questa sera, over note, dicto arzivescovo fo preso, et posto in caxa di Bernardin di Maschio capitano di le prexon». Si vede che allora chiamavasi «Ponte dei Guori» quello che ora diciamo «Ponte Foscarini». Il fatto dell'arcivescovo si ritrova pure nei «Diarii» di Marcantonio Michiel (Codice Cicogna 1022). Quantunque corresse fama che gli si fosse ritrovata in casa «una botte di monete false», non si diede luogo in Venezia ad ulteriore procedimento contro il medesimo «perché el cons. di X volse licenza dal Papa per spazzarlo, et parse che el Papa ghe la concedesse, come fu divulgato, et poi alla fine, ad istantia del cardinal Cornaro suo cugino, revocò la licenza, et volse che li fusse mandato a Roma».

In ca' Guoro esisteva pure un teatro che incominciossi ad aprire nel 1729, e che, secondo il Gallicciolli, durò tre anni soltanto. Altri però vogliono che ne abbia durato sei, tre dei quali destinati alle commedie, e tre ai melodrammi.

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Carmini (Ponte dei)
a S. Provolo. Nelle tavole topografiche del Paganuzzi e del Quadri è chiamato «Ponte della Madonna del Carmine», e ritrae appunto il nome da un altarino, ove, anche al presente, si venera sotto tal titolo la Madre di Dio. Questo ponte, come ricorda il Dezan, venne eretto per la prima volta circa l'anno 1791, e dell'altarino parla probabilmente Gasparo Gozzi in una delle sue lettere, ove, dopo aver descritto una terribile bufera che il 17 agosto 1756 imperversò specialmente a Padova, Mestre, ecc., così continua: «Con tutti questi fracassi qui in Venezia non s'è avuto altro male che una saetta, la quale toccò quel capitello ch'è a S. Provolo, per andare sulla Riva dell'Osmarin, e la chiesa di S. Giovanni e Paolo, ed un altro luogo che non ricordo».

In altri punti della città v'erano, ed in gran parte vi sono tuttora, delle imagini divote, dipinte o scolpite nei «capitelli», o sui muri. Di qua le seguenti denominazioni talora ripetute: «Sottoportico, Corte, Corte dell'Angelo; Corte, Sottoportico dell'Annunziata; Ponte di S. Antonio; Calle del Cristo; Ponte, Rio S. Cristoforo; Calle della Madonna; Calle, Ponte, Rio, Traghetto, Calle del Traghetto della Madonnetta».

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Carnace (Fondamenta)
a S. Alvise. Era appellata «Fondamenta di Calle Turlona» per essere situata dietro la Calle di questo nome. In seguito si disse «Fondamenta Carnace» per la famiglia Carnace, un Antonio della quale abitava nel 1713 una casa qui posta, di ragione del N. U. Francesco Labia. Dopo le disgrazie successe ai Turloni, i Labia, come altrove diremo, comperarono dal fisco gli stabili componenti la «Calle Turlona» con altri stabili nelle vicinanze.

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Carro (Calle e Ramo, Campiello della Calle, Ramo della Calle del)
a S. Marco, presso la «Frezzeria». Da una spezieria all'insegna del «Carro», che qui esisteva nel secolo XVI. Scorgesi nelle Condizioni del 1566 che una Bianca, vedova di Marin Giustinian, possedeva degli stabili presso la «Frezzeria, in la calle del spicier dal Carro». Ed una Condizione del 1582 così incomincia: «Io Iseppo Gardellin spicier alla insegna del Carro me attrovo nella casa et bottega del Claris.mo Antonio Morosini fo del Claris.mo Pietro, posta nella contrà de S. Moisè, in Frezzaria, Sestiere de S. Marco», ecc. Costui si raccomandava ai X Savii per non essere aggravato da forte imposta, attesoché non possedeva che tre livelli attivi, da uno dei quali non poteva ritrarre alcun frutto, faceva pochissimi affari, e doveva mantenere moglie e sei figli, fra maschi e femmine. Aveva dovuto ritogliere poi in casa una figlia maritata, levandola dalle mani del marito «sì per essere divenuto come matto, et anco per la cattiva e mala chompagnia che lui le faceva».

In «Calle del Carro» esiste tuttora un ospizio di 12 stanze per povere vedove, fondato dal medico Pietro Tommasi con disposizione testamentaria 10 novembre 1456, in atti Fantin Saracco pievano di S. Moisè.

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Carrozze (Calle delle)
a S. Samuele. La Descrizione della Contrada di S. Samuele pel 1661 pone in «Calle delle Carrozze» una casa del «N. U. Pietro Badoer fu de Sebastian, locata a m. Visin carozer». Benché in Venezia non ci fosse l'uso delle carrozze, se ne fabbricavano tuttavia per la Terra Ferma, laonde più d'una strada prese il nome da tale industria. Esiste tuttora un'incisione del Marieschi rappresentante la piazza dei «Frari» con una carrozza che vi si sta lavorando. I «Carozzeri» erano uniti ai «Seleri», colonnello pur essi dei «Tapezzieri», e dei «Bolzeri» (Valigiai). A proposito delle carrozze citiamo il seguente brano della legge 8 ottobre 1562: «Li cocchi, cocchiesse et carrette non si possino usar con oro, ovver argento, in alcuna parte, salvo che nelli pomoli, restando del tutto proibiti li stramazzi, coperte da carretta, collari, coperte da cavalli di seda, o di seda foderate, ovver ricamate, et medesimamente li pennacchi, et li cocchieri sieno alla medesima condition del suo vestir che sono li famegli de barca... sotto pena a quelli che contrafaranno in questo proposito de cocchi, cocchiesse, e carrette de ducati vinti per cadauna cosa... et cadauna volta che contrafaranno».

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Casarìa
a Rialto. Così chiamavasi il luogo ove vendevansi cacio e «grassina». Altra «casaria» esisteva a S. Marco dal Ponte dietro la Zecca, lungo la bocca ove adesso si stendono i Giardinetti Reali. Egli è perciò che nella «Mariegola» dei «Casaroli», sotto la data 18 ottobre 1436, prescrivevasi «che nessuna persona, sì casarol come altra persona, non osi comperar caseo, né carne, né altra grassa per rivender per sé né per altri, se non ha botega del Comun di Venezia, cioè in Rialto, dentro la Ruga di Casaria, o in S. Marco; che in quella vender possino e non in altro luoco, sotto pena di L. 10 de piccoli per cadauna volta contrafaranno». L'arte dei «Casaroli», che venne eretta nel 1436, radunavasi in chiesa di S. Giacomo di Rialto, ove edificò l'altar maggiore con bella statua del Vittoria, rappresentante il proprio protettore S. Giacomo, e con adornamenti di angeli pur essi di marmo. Ad essa era unita quella dei «Salumieri», che però nel 1653 se ne staccarono. L'arte dei «Casaroli» appellavasi anche consorzio. Trenta inviamenti la formavano, i quali erano stati venduti dalla Repubblica per 62 mila ducati, laonde, successo il Governo democratico, e sciolte le corporazioni, inutili sforzi fecero i «casaroli» per essere compensati della perdita di tali inviamenti, e dei loro antichi privilegi.

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Cascada (Corte)
presso la «Fondamenta di Cannaregio». Leggasi «Corte Cà Scala», come negli Estimi, da una famiglia di tale cognome, la quale abitava in questa località, soggetta un tempo, come adesso, alla parrocchia di S. Geremia. Trovasi nei Necrologi Sanitari che morirono nella suddetta parrocchia, a dì 4 ottobre 1601, «il Mag.co S. Franc.co Scala d'anni 16»; a dì 5 marzo 1608 «M. Antonio Marchesi servitor del Sig.r Gabriel Scala» e finalmente a dì 23 aprile 1619 «Franc.co fio del Mag.co S. All.o Scala, de anni 2, da variole, giorni 8».

Sopra l'imboccatura di questa corte sorge un palazzo edificato dalla patrizia famiglia Surian, il quale più tardi passò in gran parte nell'altra famiglia Bellotto. Esso servì di residenza agli ambasciatori di varii principi, e qui, come secretario dell'ambasciatore francese de Montaigu, dimorò G. Giacomo Rousseau, che arrivò a Venezia nel 1743, e ne partì il 22 agosto 1744.

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Case Nuove (Sottoportico e Corte delle)
ai Tolentini. Sono chiamate negli Estimi le «Case Niove de chà Ventura». Questa denominazione, l'origine della quale è chiarissima, trovasi anche altrove riportata.

Case Nuove (Calle delle) detta Boldù
a S. Pantaleone. Pel primo nome vedi l'articolo precedente. Pel secondo basterà rammentare che qui possedeva varii stabili nel 1661 la «N. D. Maria Molin r.ta del N. U. Ger.o Boldù».

Della famiglia Boldù abbiamo detto più indietro.

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Casin (Sottoportico del)
a S. Barnaba. Dal così detto «casino dei nobili», che qui esisteva nel secolo passato. Chiamavansi, e tuttora si chiamano, «casini» certe piccole case, o stanze, ove una determinata compagnia si raccoglie a passare col giuoco o con qualche altro trattenimento, specialmente l'ore notturne. Molti «casini» contava Venezia sotto la Repubblica, e molti abusi nascevano in essi fino dai tempi antichi. Perciò il Consiglio dei X con decreto 27 febbraio 1567 M. V. comandava «che li redutti de nobili et altre persone in questa città sieno del tutto proibiti». Un altro decreto del Consiglio medesimo, 18 settembre 1609, diceva che, servendo tali «casini» non più ad «honesta conversatione», ma invece a «secreti congressi per dar nell'estremo eccesso di giuoco», nonché ad «altre abominevoli maniere di vita troppo licentiosa», fosse proibito in avvenire a «cadauna persona, di che grado, stato, et conditione si voglia, tener alcuna casa, o pigliarne ad affitto da altri, solo, o accompagnato da chi si sia, se non per propria et ordinaria habitatione, sotto alcun immaginabile pretesto, ovvero nome supposto» ecc. Ad onta di tali decreti, i «casini» erano cresciuti più che mai verso la fine del secolo trascorso. «Era là» (come, sulle traccie dell'«Osservatore» del Gozzi, enfaticamente nei suoi «Annali Urbani» scrive il Mutinelli) «ove, cianciandosi, giuocandosi, e berteggiandosi, la dissolutezza si diceva galanteria, urbanità la sfrontatezza, e il vizio piacevolezza; ove il lusso delle femmine era raffinato dalla rivalità rabbiosa delle comparse; ove quasi tutti i vincitori in faccia ai vinti ridevano; ove i perdenti per dispetto ad ogni carta stridevano, chi un errore imputandosi, chi un altro, e con tanta altezza di voce, e con tanta forza da essere talvolta vicini ad azzuffarsi».

Oltre i casini pei nobili, v'erano quelli pei secretarii, e quelli pel solo popolo, non mancandone neppure gli artigiani, i camerieri, ed i cuochi. Quelli del popolo esistevano nelle parti lontane della città perché vi si potesse ritrovare l'orto da giuocare alle palle. In tali ritrovi facevasi di notte giorno, ed, oltre le partite di giuoco, davansi feste di ballo, e musicali accademie. Nelle sere di sabato, dopo la mezzanotte, s'imbandivano grasse cene sotto la moderata proposta di mangiar le frittelle, e splendida principalmente era la cena della prima sera di quaresima con abbondanza di pesci e di crostacei. Consunta la notte, si recavano talvolta le liete brigate, quando la stagione era propizia, a smaltire i cibi e le bevande, visitando, sul rompere dell'alba, l'«Erberia».

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Casón (Campiello della)
ai SS. Apostoli. «Cason», che talvolta trovasi di genere femminile, ma più spesso di maschile, significava anticamente «prigione», laonde leggesi nello Scomparin «incasonare» per «imprigionare». Ogni sestiere di Venezia aveva anticamente le proprie prigioni, ove si sostenevano i debitori, ed i rei di lievi delitti. Ne può far fede una deliberazione del Maggior Consiglio 19 marzo 1551, che comincia colle seguenti parole: «In cadauno sestiere di questa nostra città si ritrova un cason, ovvero carcere, nelle quali si pongono i debitori» ecc. In «Campiello della Cason» ai SS. Apostoli eranvi le prigioni del sestiere di Cannaregio. Ma più antiche memorie desta la località di cui parliamo, al qual proposito giova riferire quanto scrisse Nicolò Zeno nel suo libro «Dell'Origine dei Barbari» ecc. dato in luce nel 1557. «I Partecipatii» (dice l'autore citato), «come tribuni ressero centinaia d'anni Rivalta, tenendo ragione et il foro ai SS. Apostoli, nella qual contrada ancora vi si veggono i vestigii nel campo della Casone, dove sono le prigioni di quel Sestiere, et vi si veggono ancora due porte antiche regali, et i fondamenti del palagio antichissimo. Tenevansi le barche armate dietro quel cantone che salta fuori verso il ponte, e quella era la corte dove stanziava il tribuno, tenendosi al dirimpetto ragione. La riva comune, che riceveva le barche di Murano, Torcello, Mazzorbo et Istria, hora è il tragitto di Murano a S. Cantiano. Teneva questo palagio fino al rio che si dice del Barba, et si chiamava Rivo Baduario. Il campo di SS. Apostoli giungeva a questo palagio, et intorno la chiesa c'era vacuo. La porta principale con buone guardie e munitioni giaceva in campo della Calle Larga, et si teneva continuamente chiusa, né si apriva che nelle maggiori solennità, et per andare e venire si usava la callicella che viene da S. Cantiano, et in quella, nello sporto, vi stava la guardia, che con poca forza poteva tenere quel passo, perché in quel tempo il popolo molte volte rumoreggiava et tumultuava, et questi tumulti sollevati contro i potenti importavano molto» ecc. Tramandano le cronache che in questa situazione risiedette del pari il doge Angelo Partecipazio prima che fosse compiuta la fabbrica del Palazzo Ducale di S. Marco.

Pel medesimo motivo la prossima «Calle del Volto» è detta «della Cason».

Un «Sottoportico del Cason» esiste pure a S. Giovanni in Bragora, e nel 1582 la «commissaria» di Marin Morosini notificava di possedere «porcion del locho della Cason» a S. Giovanni in Bragora, appigionata al Consiglio dei X. Appare dai processi della Santa Inquisizione in Venezia, che in questo carcere venivano sostenuti gl'imputati di eresia.

Una «Calle» ed una «Corte del Cason» esistevano finalmente a S. Marco presso la «Frezzaria», le quali scomparvero quando nel 1869 si scavò il così detto «Bacino Orseolo», risultandone invece una fondamenta, che non dovrebbe essere privata dell'antica denominazione. Del «Cason» di «Frezzaria» fa ricordo Girolamo Priuli ne' suoi «Diarii» manoscritti (Codici 131-133, Classe VII della Marciana) raccontando come il 20 gennaio 1510 M. V. alcuni patrizii ne ruppero il muro per liberare Alvise Soranzo, che era colà dentro rinchiuso per debiti, facendo fuggire la guardia della Piazza accorsa dal rumore. Altro ricordo ne fa uno strumento del 3 decembre 1598, pel quale Paolo Flessio, in proprio nome, ed in nome della chiesa di S. Moisè, di cui era pievano, ottenne a livello perpetuo dai Grimani una parte d'uno stabile situato «in loco Frizzariae, super rivo domorum novarum illustrissimae Procuratiae de supra, in quo stabili reperiebatur casonus Frizzariae, et aliae habitationes particolarium personarum». (Vedi Coleti, «Monumenta ecclesiae Venetae S. Moysis»). Qui si deve osservare che con quella espressione di «domorum novarum illustrissimae Procuratiae de supra» voglionsi indicare le attuali «Procuratie Vecchie», le quali, non essendo ancora compiutamente rifabbricate quelle di fronte, allora si dicevano «Nuove».

Anche una Cronaca di Famiglie del secolo XVI (Codice Cicogna 2673), parlando dell'osteria del Salvadego, dice che essa era situata a mano sinistra di chi veniva dalla «Piazza di San Marco, andando al chaxon».

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Casselleria (Calle di)
a S. Maria Formosa. Qui stanziavano i «casselleri», laonde «Lauredana Cappello relita del q. M. Laurentio Cappello» notificò nel 1514 di possedere in «S. M. Formosa in Casselleria, case n. 4 cum le sue botege de casseller». Havvi tuttora scolpita sulle muraglie l'arma Cappello. Errarono poi il Gallicciolli ed il Mutinelli nel credere che per «casselleri» debbansi intendere i fabbricatori di case, secondo l'antico modo di scrivere «cassa» per «casa». I «casselleri» erano i fabbricatori di «casse», come chiaramente risulta da una legge del M. C. dell'anno 1322 («Neptunus»), ove è detto: «cum cassellarii de Venetia possint trahere de Venet: franchum lignum laboratum per cassellas pro suo laboratorio». Queste casse servivano alla spedizione delle mercanzie, oppure a contenere il corredo delle spose novelle. Rammenta il Quadri nella sua «Descrizione topografica» di Venezia che in molte antiche famiglie si conservano tuttora alcune casse destinate a questo ultimo scopo, riccamente intarsiate d'ebano, avorio e madreperla, con le traccie tuttora visibili dell'incastonatura di pietre preziose. Aggiunge che, anche al giorno d'oggi, esistono delle tavole da buoni maestri dipinte, le quali in origine formavano il coperchio e le sponde di alcune delle casse medesime. I «casselleri» avevano la loro scuola di divozione, sacra a S. Giuseppe, presso la chiesa di S. Maria Formosa. Essi nel secolo X ammontavano, secondo il De Monacis, a più che 400, e molto si distinsero nel debellare i pirati Triestini od Istriani, che fuggivano sopra una galea, traendo seco le spose Veneziane poco prima rapite. Il Gallicciolli riporta un brano della «Mariegola» dell'Arte così concepito: «Et i casselleri de la contrà de S. Maria Formosa se misseno in ponto, e ben in ordene, facendo pavexi de le tavole che loro feva le casse, e tutti andono adosso la galia, e quella investino, e fono essi casselleri che fono i primi che montassero sopra essa galia, e fono morti assai da tutte doi le parte, et tajono a pezzi tutti li Triestini, non ne facendo alcuno de loro prexon. Et questo volse el doxe aciò i non havesse sepoltura li corpi soi in terra, ma che el mar fosse il suo molimento per la luzuria granda et offexa che feceno ai Vinitiani». Dicesi che i «casselleri» riportassero vittoria il giorno della Purificazione di Maria Vergine, e ritornati ai propri lari, chiedessero al doge che annualmente, la vigilia ed il giorno di tale festività, visitasse colla Signoria la chiesa di S. Maria Formosa. Dicesi pure che il doge per ischerzo loro opponesse — E se fosse per piovere? E se avessimo sete? — al che essi rispondessero — Noi vi daremo cappelli da coprirvi. Noi vi daremo da bere. — Da ciò avrebbe avuto origine il dono dei due cappelli di carta, o di paglia dorata, e dei due fiaschi di malvagía con sopra due aranci, che il pievano di S. Maria Formosa soleva fare al principe in quella circostanza. Vedi S. Pietro (Parrocchia ecc. di).

Nota il Priuli nei «Diarii» che nel 1505 arse grandissimo incendio in «Casselleria».

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Cassetti (Ramo)
ai Frari. La cronaca cittadinesca del Ziliolo (esemplare Cicogna) parlando dei Cassetti, così si esprime: «La casa loro da statio è ai Frari». Questa casa, che era sotto la parrocchia di «S. Polo», guarda la «Fondamenta dei Frari», ed il «Ponte» e «Rio» di «S. Stin». Dietro alla medesima, in «Campiello Zen», apresi il «Ramo Cassetti». La famiglia Cassetti, venuta da Brescia, esercitava in Venezia l'arte della seta colla quale acquistò molte ricchezze. Un Giuseppe Cassetti, figlio di Angelo, morto nel 1598, ebbe tomba con epigrafe in chiesa di «S. Polo». Il di lui figlio Gaspare, insieme al fratello Girolamo, ed al nipote Giuseppe e discendenti, venne ammesso al patriziato nel 1662, avendo esborsato alla Repubblica 100 mila ducati. D'allora in poi i Cassetti coprirono con lustro le magistrature, e contrassero parentela con nobili famiglie.