S. Agnese (Piscina, Campo, Rio Terrà). Chi fa la chiesa di S. Agnese edificata dalla famiglia Melini, e chi dalla famiglia Molin. E' antichissima per certo, trovandosi in un documento del 1081 menzione di Pietro pievano di S. Agnese. Fu rinnovata dopo l'incendio del 1105, e consacrata nel 1321. Non abbiamo memorie precise circa le rifabbriche posteriori. Lo Stringa, che pubblicò le sue aggiunte alla «Venezia» del Sansovino nel 1604, la dice ai suoi tempi abbellita. Il pio benefattore Lodovico Bruzzoni l'abbellì anch'egli circa il 1670. L'atrio venne fatto restaurare dal prete e poscia pievano Salvatore Bertella nel 1733. I pievani ufficiarono questa chiesa fino al 1810, epoca in cui si chiuse, restando concentrata la parrocchia con quella di S. Maria del Rosario. La chiesa di S. Agnese servì dippoi ad uso di magazzino, ora di legname, ora di carbone, or d'altro. Ai nostri giorni venne riedificata sul disegno di Dal Peder, architetto della Marina Austriaca e riaperta nel 1854 a cura e dispendio dei due fratelli Cavanis, i quali, fino dal 1805, avevano fondato appresso la medesima, scuole gratuite per giovanetti, sotto il patrocinio di S. Giuseppe Calasanzio. Senonché fu nuovamente chiusa nel 1866 pei guasti prodotti dall'eruzione del prossimo pozzo artesiano, di cui parleremo più sotto, e tosto dopo demaniata. Finalmente, nel 1872, redenta dal demanio e restaurata, ebbe la sorte di riaprirsi al culto divino. Presso la chiesa di S. Agnese esisteva, secondo il Sabellico, un piccolo romitaggio di donne, donde uscì Caterina fondatrice del monastero di S. Maria Maggiore. A S. Agnese eravi un tempo un Conservatorio di Zitelle, da cui nel 1383, Giorgio Loredan rapì una figlia di Lodovico Zancani, che poscia violò, laonde fu condannato a due anni di carcere. Nella contrada di S. Agnese vennero trasportati nel secolo XIV gli abitanti dell'isola di Poveglia, rissosi, e disobbedienti al governo. Fino dal secolo XVI si scavò in contrada di S. Agnese uno di quei pozzi che chiamansi artesiani. Marin Sanuto ne' suoi «Diarii», manoscritti presso la Biblioteca Marciana, lasciò scritto in data 8 luglio 1533: «Veneno in colegio sier Vincenzo Zorzi sier Polo Loredan, sier Almorò Morexini Proveditori di Comun, dicendo eri, justa il comandamento del Serenissimo et illustrissima Signoria, essere stati a veder il pozo in la contrà di S. Agnese, fanno quelli do inzagneri che hanno hauto la gratia, videlicet Maistro Gabriel da Brexa et Maistro Arcanzolo Romutan da Vicenza, quali hanno cavato passa 12 in forma di pozzo, poi trivellato passa 4 passato la cuora, dicono aver trovato l'acqua dolze, et hanno stroppà il buso; cosa bellissima si la reense. Voleno ducati 50, et hanno la gratia per anni XX. Hor el Serenissimo et il Collegio ordinò fosseno balotà et dati». Il suddetto ingegnere M. Arcangelo da Vicenza trovò anche altrove l'acqua, che fu portata in Collegio e gustata dal medesimo Sanuto con grande compiacenza del doge Andrea Gritti. Al qual proposito dobbiamo ricordare come anche nel 1866, essendosi scavato uno dei pozzi sopradetti nella medesima contrada di S. Agnese, e precisamente in un orticello addetto alla fabbrica di birra, elevossi di colà una colonna di fango e di sabbia, che spinta dall'acqua e dal gas sprigionati dagli strati torbosi forati dalla trivella, slanciossi all'altezza di quaranta metri, diluviando le materie progettate sopra la chiesa, nonché sopra i vicini edifici, e danneggiandoli pel vuotamento del sottoposto terreno. A Sant'Agnese, come si ritrae da uno dei suoi testamenti (23 settembre 1598), abitava quell'Antonio Foscarini, il cui tragico fine narreremo altrove. Vedi Foscarini (Ponte ecc.). Il di lui palazzo era posto precisamente sulla «Fondamenta» perciò chiamata «Foscarini», ove sorgevano le case ai N. A. 880, 881. Colà si scorgevano ancora pochi anni fa due antiche porte, sopra una delle quali leggevasi l'iscrizione: Decori Voluptati Emolumento, e sull'altra: Nihil Domestica Sede Iucundius. Avendosi però nel 1863 interrato il rivo di S. Agnese, scomparve la «Fondamenta Foscarini», distruggendosi eziandio gli avanzi del palazzo, nella quale occasione le due epigrafi surriferite vennero trasportate sopra le pareti di un prossimo novello terrazzo appartenente al fabbricato che porta il N.A. 880. In contrada di S. Agnese sviluppossi per la prima volta la peste nel 1630, e precisamente nella persona d'un Giovanni Maria Tirinello, falegname, che abitava dietro il campanile. Egli aveva contratto il morbo fatale andando a costruire quattro caselli di legno capaci di ricoverare i Guardiani di Sanità nell'isola di S. Clemente, ove era morto di peste con cinque serventi il marchese di Strigis, ambasciatore del duca di Mantova all'imperatore, provenuto da luoghi infetti. Vedi l'opuscolo di Giovanni Casoni, intitolato: «La Peste di Venezia» ecc. Venezia, Alvisopoli, 1830. S. Agostino (Campo, Campiello). La chiesa di S. Agostino fu edificata nel 959 da Pietro Marturio vescovo di Olivolo, il quale, per testamento, volle che fosse assoggettata ai vescovi suoi successori. S'abbruciò tre volte, cioè 1105, 1149, e 1634, dopo i quali incendi venne sempre rifabbricata. Ebbe l'ultima consacrazione nel 1691. Durò parrocchiale fino al 1808, in cui, per la prima concentrazione, divenne succursale, e poscia nel 1810 fu chiusa. Servì quindi ad uso di magazzino, e finalmente nel 1873 andò demolita. In parrocchia di S. Agostino, e precisamente in «Campiello del Remer», sorgeva la casa dei Tiepolo, che diede stanza al doge Jacopo Tiepolo dopo la sua abdicazione successa nel 1249, e che nel 1310 venne atterrata per la famosa congiura Tiepolo-Querina. Vedi Remer (Campiello del). V'era pure la casa dei Morosini, sopra la facciata della quale scorgevasi il piede d'uno dei quattro cavalli di bronzo stanti sul pronao della basilica di S. Marco, che erasi accidentalmente rotto nel trasporto da Costantinopoli a Venezia sulla galea di Domenico Morosini nel 1205. Allorquando si dispose che i cavalli suddetti servissero d'ornamento alla basilica, il piede mancante si fece di nuovo, e l'antico, rimasto ai Morosini, venne, come dicono le cronache, collocato sul prospetto di questa loro casa, che, coll'andar del tempo, passò nei Contarini, e che anche nei secoli XV e XVI era ricca della summentovata memoria. Nella medesima parrocchia trovavasi, come si dice, un locale ove di sera soleva anticamente radunarsi la nobiltà per divagarsi dalle gravi cure della giornata. Ciò prima che si aprisse il «Ridotto» di S. Moisè. In «Rio Terrà Secondo» a S. Agostino, sopra la casa al N. A. 2311 l'abate Zenier fece collocare l'epigrafe seguente: Manucia Gens Eruditor. Nem. Ignota Hoc Loci Arte Tipographica Excelluit. Qui però noteremo sapersi di certo che Aldo Manuzio «il vecchio» teneva la propria Stamperia a S. Agostino; apparire tuttavia che Paolo Manuzio, ed Aldo «il giovine» la tenevano invece a S. Paterniano, ove forse negli ultimi anni della sua vita avevala trasportata anche Aldo «il vecchio», sapendosi che in questa chiesa gli vennero fatti i funerali, e fu provvisoriamente tumulato; non sembrare quindi espressione esattissima quel Manucia Gens dell'epigrafe citata. Quanto poi al sito preciso della stamperia di Aldo «il vecchio» a S. Agostino, faremo osservare che nel libro di Firmin Didot, pubblicato a Parigi nel 1875, ed intitolato «Alde Manuce et l'Hellenisme à Venise», trovasi una lettera di Zaccaria Calergi a Giovanni Gregoropulo, diretta alla stamperia «de messer Aldo Romano sul campo de Santo Agostino... el pestore». Ecco dunque provato che essa Stamperia non esisteva ove scorgesi l'epigrafe, ma bensì in «Campo di S. Agostino». Con tutto ciò, allorquando nel 1877 gli studenti di lettere greche nello studio di Padova vollero donare a Venezia una nuova lapide in onore del Manuzio, collocossi anche questa, non senza l'intervento di dotti personaggi, vicino a quella dello Zenier, sanzionando così il pristino errore. Proponiamo adunque che le due lapidi di Aldo si pongano verso il «Campo di S. Agostino». E poiché nella soprascritta della lettera del Calergi leggonsi quelle due parole: «el pestore», precedute da altra parola, che, non potendosi forse rilevare nel manoscritto, venne sostituita da puntini, ma che potrebbe essere stata un «di sopra», oppure un «presso», le lapidi suindicate si trasferiscano sopra, o vicino la pistoria, che appunto è aperta in quel sito, e la cui esistenza è tanto antica da trovarsi fino nel catasto del 1661 una prossima strada contraddistinta, al pari di adesso, col nome di «Ramo del Pistor». In Parrocchia di S. Agostino, finalmente, morì G. Battista Gallicciolli, autore delle «Memorie Venete», da noi molte volte citate. Così sta scritto nel Necrologio parrocchiale: «1806, 12 Maggio: il m. R. sig. D. Gio. Battista Gallicciolli q. Paolo veneto di anni 73, da nove giorni colto da emiplegia dal lato sinistro con febbre continua, remittente, mista a sintomi di lenta nervosa, questa mattina alle ore 11 circa finì di vivere per stasi cerebrale. Il suo cadavere dovrà essere tumulato al mezzo giorno circa. Santo Bianchi medico». Ed in aggiunta: «Fu portato in San Cassan». Infatti, il Gallicciolli era alunno della chiesa di S. Cassiano, ed in essa scorgesi il suo busto con onorevole iscrizione. S. Alvise (Campo, Rio, Secchere). La chiesa di S. Lodovico, «vulgo di S. Alvise», deve, secondo i cronisti, la propria origine ad una visione che nel secolo XVI ebbe Antonia Venier, in cui le apparve S. Lodovico vescovo di Tolosa, comandandole di erigergli un tempio. La Venier fabbricò inoltre un monastero ove si ritirò con alcune compagne per professare la regola di S. Agostino. Questo monastero dilatossi dopo che nel 1411 vi concorsero parecchie monache Agostiniane fuggite da Serravalle in occasione di guerra. Nel 1806 esso accolse eziandio le monache di S. Caterina di Venezia. Nel 1810 fu soppresso, e divenne asilo delle fanciulle esposte, dopo il loro ritorno dalle balie campestri. Ora è occupato dalle Figlie di Carità, venute da S. Lucia. La chiesa, sorta nel 1388, fu rifabbricata nel 1430, e ristaurata verso la fine del secolo XVII. Nel circondario di S. Alvise morì il celebre medico Santorio Santorio, come si ricava dalla seguente annotazione tratta dal necrologio parrocchiale della chiesa dei SS. Ermagora e Fortunato: «A di 25 febbraio 1635 M. V. l'ecc.mo sig. Santorio Santorio medico fisico di anni 76, da mal d'orina già anni uno, nelle case del Dardani a S. Alvise». In «Campo di S. Alvise», e precisamente «in le case delle muneghe», abitava nel 1566 «Ant.o Palma depentor», padre del celebre Jacopo Palma detto «il giovine». Per le «Secchere di S. Alvise» vedi Secchere (Corte delle). S. Andrea (Fondamenta, Rio, Ponte, Campo, Fondamenta di). Quattro nobili matrone Veneziane, denominate Francesca Corraro, Elisabetta Gradenigo, Elisabetta Soranzo, e Maddalena Malipiero, ottennero nel 1329 di erigere in questa situazione, appellata, pel volgere che fanno i canali, «cao de zirada», un oratorio ed una casa di ricovero per povere donne, sotto il titolo di S. Andrea Apostolo. Il proponimento venne a bella prima combattuto dalle monache di S. Chiara, ma, vinti finalmente gli ostacoli nel 1331, fu progredita la già piantata fabbrica, che ben presto ebbe compimento. Giunto l'anno 1346, e morte Francesca Corraro ed Elisabetta Gradenigo, le due superstiti matrone Elisabetta Soranzo e Maddalena Malipiero, unitamente ad altre, che ad esse si erano aggregate, abbracciarono la regola di S. Agostino, e si sottoposero al jus patronato del doge. Continuarono tuttavia la pietosa opera d'alimentare le povere fino al 1684, in cui vi sostituirono l'obbligo di ricevere tre converse senza esborso di dote. La chiesa di S. Andrea, sorta, come dicono alcune cronache, a merito della famiglia Bonzio, fu riedificata nel 1475 a spese pubbliche, e consacrata nel 1502 da Giulio Brocchetta arcivescovo di Corinto. A quanto pare, essa ebbe un ristauro novello nel secolo XVII. Finalmente, nel principio di questo secolo, soppresso, ed in gran parte demolito il monastero, fu convertita a sussidiaria della parrocchiale. Ricorda il Cicogna che l'8 agosto 1509 il monastero di S. Andrea «de Zirada» accolse le mogli ed i figliuoli di Janno ed Eugenio, naturali di Giacomo, già re di Cipro, dopo la fuga di questi due fratelli da Padova. Erano in numero di sette persone, pel mantenimento delle quali la Repubblica assegnò alle monache prima ducati 10 al mese in tutto, e poscia ducati 15 all'anno per testa. In «Campo di S. Andrea» abitava Marco Barbaro, autore delle «Genealogie Patrizie», e d'altre opere inedite. Egli stesso disse nel suo testamento (19 dicembre 1569) «.... la mia casa pur in campo de S. Andrea, al presente, dove già era un rio del 1510 davanti essa casa, dove al presente io habito». Il «Campo di S. Andrea» è ora posto in comunicazione, mediante un ponte, colla «Stazione Marittima», inaugurata il 1° maggio 1880. Una delle due Fondamente di S. Andrea è detta anche «della Cereria» per la fabbrica di cere Reali. S. Andrea (Fondamenta, Ponte) a S. Sofia, presso la «Ruga dei Due Pozzi». Da case che vi possedevano le monache di S. Andrea di Venezia, sopra una delle quali è scolpito ripetutamente l'apostolo S. Andrea. Troviamo nelle Condizioni del 1582, che gli affitti soliti ad essere riscossi dalle «Reverende Madri di S. Andrea» per le case poste in S. Sofia, «zoso del ponte di Ruga di Do Pozzi», ascendevano complessivamente a ducati 86. S. Andrea (Calle, Corte di) a S. Benedetto. Attesta Flaminio Corner («Ecclesiae Venetae, Dec. XII») che i monaci di S. Andrea del Lido, o della Certosa, possedevano in questa Calle una specie d'ospizio, ove abitavano quando, per causa dei loro affari, venivano a Venezia. Tale ospizio formossi con alcune case donate il 13 settembre 1272 da Alice, figlia di Giovanni Da Ponte, al priore Agostiniano di S. Andrea, Leonardo Marcello. Sopra la porta scorgevasi scolpito l'Apostolo fra due frati preganti con l'arma dei Minotto, e con sottoposta iscrizione rammemorante che quel lavoro venne fatto eseguire nel 1356 dal priore Marco Minotto. Ora il bassorilievo scorgesi nella corte vicina. Per chi poi bramasse un cenno sopra il monastero di S. Andrea del Lido diremo, che nel 1199 Marco Nicola, vescovo Castellano, donò un'isoletta presso il porto del Lido al sacerdote Domenico Franco, che vi fondò un tempio sacro a S. Andrea, ed un monastero d'Agostiniani. Nel 1424, mandati ad abitare altrove i pochi Agostiniani che rimanevano, si diede il monastero ai padri Certosini, che, dopo la metà del secolo XV, lo rifabbricarono col tempio. Quest'ultimo venne compiuto nel 1492 sul disegno di Pietro Lombardo. I suddetti edifici ebbero nuovi ristauri nel principio del secolo trascorso, ma nel 1810 si chiusero, e quindi per la massima parte andarono demoliti. In «Corte di S. Andrea», a S. Benedetto, abitava nel 1582 Aldo Manuzio «il giovane». Nel catastico della chiesa di S. Andrea della Certosa si legge: «1582, 2 aprile. Affittation fatta per il R. P. Prior. del Mon. a mis. Aldo Manutio de una casa da statio posta in contrada de S. Benedeto, in corte S. And.a». S. Angelo (Campo, Rio di). La Chiesa di S. Angelo parrocchiale era stata eretta fino dal 920 dalla famiglia Morosini e Lupanizzi sotto il titolo di S. Mauro. Dopo il ristauro del 1069 assunse il titolo di S. Michele Arcangelo, e volgarmente S. Angelo, titolo che conservò ancora dopo le rifabbriche del 1431 e del 1631, e sino alla sua secolarizzazione avvenuta nel 1810. Nel 1837 fu demolita, ed una lapide nel selciato insegna il sito dove essa sorgeva. Nel tremuoto del 1347 il campanile di S. Angelo precipitò con altri della città, dopoché da sé sole ebbero suonato le campane. Essendo alquanto storto, venne nel 1455 raddrizzato da Bartolomeo Fioravanti, detto Aristotele, celebre ingegnere ed architetto bolognese, ma il dì successivo cadde, atterrando parte della chiesa ed alcune stanze del prossimo convento di S. Stefano, ove restarono uccisi due religiosi. Rialzato nel 1456 per opera di Marco de Furi, venne colto il 3 luglio 1487 da una saetta, laonde ebbe d'uopo di un novello ristauro. Leggiamo che nel 1476 venne bandito in contumacia Giacomo tintore per aver condotto Bernardino degli Orsi sotto l'antico portico della chiesa di S. Angelo, ed averlo colà fatto scopo della sua brutale libidine. In questa parrocchia cessò di vivere, dicesi per morbo gallico, il 18 aprile 1506, Marcantonio Sabellico, lettore pubblico ed autore di varie opere stimatissime, la cui orazione funebre fu recitata in chiesa di S. Stefano dal prete G. Battista Egnazio. Vi morì pure nel 1520 Raffaello Reggio, altro pubblico lettore, lasciando i proprii libri ai frati di S. Giorgio. In uno dei due pozzi esistenti in «Campo di S. Angelo» ritrovossi il 7 giugno 1716 il cadavere di Regina Maggiotto, vedova di Girolamo Carrara, trucidata, e colà poscia gettata da Angelo Fiacchi fiorentino, affine di derubarla. L'assassino fu bandito in contumacia il 5 ottobre 1719. Avendo il 19 maggio 1726 l'ab. nobile Scipione Varano redarguito in chiesa di S. Stefano i NN. UU. Marcantonio ed Alvise fratelli Badoer di ser Marino perché indecentemente scherzavano con una donna di mal affare, fu il giorno seguente assalito dai suddetti patrizi in «Campo S. Angelo», e ferito alla testa con armi e colpi di pietra. Essi perciò furono posti in carcere e soltanto nel 1729 riebbero la libertà. Fra i palazzi che adornano il «Campo di S. Angelo» merita speciale menzione l'archiacuto al N. A. 3584 poiché, mentre nel 1801 serviva ad albergo coll'insegna delle «Tre Stelle», vi venne a morte il celebre maestro di musica Domenico Cimarosa. Malamente il Zanotto asserì che questo palazzo era anticamente degli Zeno, e che vi compì la sua mortale carriera il famoso Carlo. E' noto al contrario che apparteneva ai Duodo, e probabilmente dai Duodo venne fabbricato, avendo posto negli «Alberi Genealogici» di Marco Barbaro (Classe VII, Codd. 915-918 della Marciana) un Giacomello Duodo, figlio di Nicolò, vissuto nel secolo XIV, coll'annotazione: «fabbricò il palazzo a S. Angelo». Il palazzo medesimo passò ai nostri tempi nei Balbi-Valier in virtù del matrimonio, successo nel 1808, fra Marco Bertucci Balbi-Valier, ed Elisabetta Maria Duodo q. Marcantonio. Fu quindi dei Missana, e da lungo tempo si presta ad usi diversi, fra cui a birreria nel piano inferiore. In «Campo di S. Angelo» fu posto in questi ultimi anni il monumento di Pietro Paleocapa, ingegnere idraulico, ed uno fra i ministri della nostra Repubblica nel 1848-1849. L'opera è dello scultore Ferrari. Pell'oratorio sacro alla B. V. Annunziata, tuttora esistente in «Campo S. Angelo», vedi Zotti (Calle, Ramo dei). S. Angelo (Ponte) alla Giudecca. Nel 1518 alcuni Carmelitani della sacra Congregazione di Mantova vennero a stabilirsi in un monastero da prima posseduto da Benedettine, e posto nella isola di S. Angelo di «Concordia», o corrottamente «Contorta», la quale secondo il Cod. 939, Classe VII della Marciana, era stata così denominata per tre sorelle della famiglia Zuccato, che furono le prime a vestire di «concordia» l'abito di S. Benedetto nel suddetto monastero, fondato da Angelo Zuccato loro padre. Abbiamo però un testamento d'un Angelo Zuccato 22 ottobre 1331, in atti di Nicolò Bettini, con cui benefica il monastero di S. Angelo di Contorta, ove dice di avere monache quattro nipoti, e non figlie. Nel 1555 i Carmelitani dall'isola di S. Angelo di «Contorta», che in progresso di tempo destinossi alla fabbricazione delle polveri, onde si disse «S. Angelo della polvere», si trasferirono alla Giudecca, ove ritrovarono un picciolo convento abbandonato dai Cappuccini, ed una picciola chiesa, la quale, rifabbricata, ebbe consecrazione nel 1600 sotto il titolo di «Gesù Cristo nostro Salvatore», ma chiamossi volgarmente di S. Angelo o per la figura d'un angelo scolpita sul prospetto, o, meglio, per la memoria dell'isola di S. Angelo di «Concordia», o «Contorta». Nel 1768 il convento fu soppresso, ed in seguito chiusa anche la chiesa. Essa però nel 1841 ridonossi al divin culto, come oratorio privato, dalla famiglia Cogo. S. Anna (Fondamenta, Campo, Ramo, Ponte, Rio, Calle al Ponte, Calle). Giacomo da Fano, eremita Agostiniano della Congregazione dei Brittini, o Brittinesi, venuto a Venezia nel 1240, poté acquistare due anni dopo un terreno vacuo a Castello, e fabbricarvi una chiesa ed un convento sotto l'invocazione di S. Anna e Caterina pei Religiosi del suo Ordine. Questi in progresso di tempo, tramutatisi a S. Stefano, alienarono nel 1297 ambidue gli edifici ad alcune devote femmine desiderose di professare la regola di S. Benedetto, che vi si trasferirono nel 1304. La chiesa di S. Anna, riedificata nel 1634 sopra il modello dell'architetto Contin, ed il convento, ristaurato nel 1765, vennero secolarizzati nel 1807, e nel 1810 ridotti a Collegio di Marina. Ora però si prestano ad uso di Ospitale delle truppe di Marina. Essendo serpeggiata nel convento di S. Anna, come in altri molti della città, la dissolutezza di costumi, la Quarantia Criminale il 12 settembre 1491 procedeva contro parecchi patrizi per aver commesso atti carnali con quelle monache. Ciò ripetevasi anche nel 1608. Nel convento di S. Anna presero il sacro velo Alturia e Perina Robusti, figlie del celebre Tintoretto, le quali per la loro chiesa ricamarono in seta un palio d'altare rappresentante la Crocifissione, quale aveala dipinta il Tintoretto nell'albergo della scuola di S. Rocco. Corre fama che una delle ricamatrici divenisse cieca appena compiuto il lavoro. Monacata a forza, visse pure molt'anni in questo convento quell'Arcangela Tarabotti che, avversa dapprima allo stato di vita abbracciato, scrisse la «Semplicità Ingannata», la «Tirannia Paterna», e lo «Inferno Monacale» (opera rimasta inedita), e che poscia, pell'esortazioni del cardinale Federico Corner (patriarca di Venezia nel 1631) rassegnossi alla sua carriera, e compose alcune opere ascetiche. Vedi Cicogna, «Inscriz. Ven.», vol. I. Sulla «Fondamenta di S. Anna» havvi, come lo dimostra una iscrizione sul muro, l'«Ospizio Foscolo», che s'instituì nel 1418 per lascito di Lucia Foscolo, allo scopo di raccogliere povere vedove. S. Antonino (Salizzada, Ponte, Rio, Campo). La chiesa di S. Antonino, ex parrocchiale, fu eretta dalla famiglia Badoara nel secolo VII. Venne poi rifabbricata nel 1680, come s'impara dalla iscrizione posta sul prospetto. Ora serve di succursale a S. Giovanni in Bragora. Il suo campanile sorse circa alla metà del secolo trascorso, poiché il parroco Antonio Fusarini, morto nel 1762, è detto sulla pietra sepolcrale «auctor sacrae turris». Questa chiesa nel 1819 fu teatro d'una strana avventura. In essa riparossi un grosso elefante, scappato, con gran timore della popolazione, dal suo serraglio sulla «Riva degli Schiavoni». Non valendo le palle da fucile ad ucciderlo, fu d'uopo ricorrere agli artiglieri, che, appuntata una colubrina, lo fecero finalmente cadere esanime al suolo. Il fatto inspirò «l'Elefanteide» del celebre Buratti. Vedi anche l'opuscolo intitolato: «L'elefanticidio in Venezia dell'anno 1819 del nobile signor Pietro Bonmartini Padovano. Venezia, Andreola, 1819». In contrada di S. Antonino morì il 4 Gennaio 1497 m. v. Girolamo Lando patriarca di Costantinopoli. S. Antonio (Punta, Paludo di) a Castello. Marco Catapan e Cristoforo Istrigo avevano rassodato e reso abitabile una velma, o palude, situata verso la punta di S. Elena a Castello, loro donata nel 1334 dal Maggior Consiglio. Sopra questo terreno fra' Giotto degli Abati, priore dei canonici regolari di S. Antonio di Vienna in Francia, fabbricò nel 1346 una chiesa ed un monastero dedicati al santo suddetto, ottenendo, parte per acquisto, e parte per donazione dell'Istrigo, avvenuta nel 1360, la proprietà del fondo. Le fabbriche, che furono compiute dalle famiglie Lion, Pisani, e Grimani, passarono nel 1471 dalle mani dei canonici regolari di S. Antonio in quelle dei canonici regolari di S. Salvatore di Venezia, che ne furono possessori finché il convento di S. Antonio di Castello andò soppresso in virtù della legge 7 settembre 1768. Allora la chiesa si fece uffiziare da un cappellano, ed il convento, divenuto di jus pubblico, servì ad usi diversi, fra cui nel 1787 all'istituto di Luigia Pyrker Farsetti, ove si raccoglievano, e si istruivano nell'arte del filare e del tessere ben 70 povere figlie della città. Servì in epoca successiva ad ospitale pei soldati feriti, finché nel 1806 venne occupato dalle truppe della Marina Austriaca. Nel 1807 chiesa e convento si distrussero per dar luogo ai Pubblici Giardini. Ricorderemo col Mutinelli («Lessico Veneto») come, sotto pretesto di devozione a S. Antonio abate, fosse uso di quei canonici «di lasciar vagare per la città alcuni porci, i quali, bene pasciuti dalla pietà dei fedeli, erano poi un ghiotto e ricco boccone del padre priore; questa irreligiosa consuetudine fu tolta dal M. C. con decreto del 10 ottobre 1409». Noteremo ancora che, fino dal 1471, decretava il Senato che in «Campo di S. Antonio» fosse costrutto un coperto di tavole per quei poveri, i quali stanziavano sotto le volte esterne della basilica di S. Marco e del Palazzo Ducale. In rendimento di grazie all'Altissimo per la liberazione di Scutari, avvenuta nel 1474, sorgeva due anni dopo nel sito medesimo un formale ospizio dedicato a «Messer Gesù Cristo». Qui, per legge del Maggior Consiglio, 11 marzo 1503, dovevano ricettarsi soltanto marinai, ed altri, che si avessero reso benemeriti dello stato. La prossima chiesa, che pure consecrossi nel 1503, e che chiamossi di S. Nicolò di Bari, venne consegnata nel 1591 ai Somaschi per comodo del Seminario Ducale, trasportato allora in parte dell'ospizio di «M. Gesù Cristo», coll'obbligo però a quei padri di servire nelle cose spirituali i ricoverati. Anche i suddetti edifici s'atterrarono quando si vollero formare i Pubblici Giardini. Per la «Punta di S. Antonio» vedi Garibaldi (Strada). Pel «Paludo di S. Antonio» vedi Paludo (Corte ecc. del). La «Calle dietro il Paludo» di S. Antonio è messa attualmente in comunicazione, per mezzo d'un ponte, coll'isoletta di S. Elena, ove da qualche anno venne piantato un grandioso «Stabilimento di Costruzioni». S. Antonio (Ponte) alla Maddalena. Prima dell'ultima rifabbrica di questo ponte, avvenuta in ferro nel 1860, esisteva presso al medesimo un «capitello», od altarino, sacro a S. Antonio di Padova. Il Boschini («Le ricche Minere della Pittura Veneziana») ricorda che qui poteva ammirarsi una pala di Filippo Bianchi. «Sopra il Ponte di S. Fosca», egli dice, «che s'invia alla Maddalena, vi è un capitello con Maria in aria e il Bambino, et in basso li santi Francesco, Antonio di Padova, e Domenico, opera delle meglio di Filippo Bianchi». Al momento della rifabbrica il vecchio capitello surrogossi con un altro di più piccola dimensione, sacro pur esso al taumaturgo di Padova, e fornito d'altro quadretto. Dicesi che la pala del Bianchi si conservi in casa privata. Altre strade portano la surriferita denominazione, alcuna delle quali la deve, anziché a S. Antonio di Padova, a S. Antonio Abate, come il «Ramo Calle S. Antonio» a S. Luca, il quale con la prossima Calle, ora chiamata «Bembo», si denominò da un vecchio dipinto, tuttora visibile nella Calle medesima, e rappresentante S. Antonio Abate o, come suolsi dire, S. Antonio del Fuoco. S. Apollonia (Ruga Giuffa, Fondamenta, Sottoportico di) a' SS. Filippo e Giacomo, ed a S. Apollonia. Questa Scuola antichissima dividevasi in due colonnelli, l'uno sotto l'invocazione dei SS. Filippo e Giacomo, che aveva albergo al «Ponte di Canonica», l'altro sotto l'invocazione di S. Apollonia, che raccoglievasi in un locale sopra la prossima fondamenta. I due colonnelli, pel decreto 24 settembre 1462 del Consiglio dei X, vennero concentrati in un solo, che si sottopose ad entrambi i titolari, e che, abbandonato lo stabile presso il Ponte, fissò per sua unica residenza quello sopra la Fondamenta, denominata tuttora colle strade vicine «di S. Apollonia». In questo sito il Cicogna lesse sopra l'architrave d'una porta la seguente iscrizione: Scola di S. Apollonia Arte de Linaroli 1780. I Linajuoli possedevano pure in chiesa dei SS. Filippo e Giacomo un altare. Essi avevano la privativa della pettinatura e della vendita del lino pettinato, e dovevano essere nazionali colla solita servitù e prova. L'arte suddetta faceva anche esercitare la filatura ed il lavoro del lino, impiegando a tale scopo moltissime persone indigenti sì della città come della campagna. Il lino pettinato non poteva essere introdotto in Venezia dall'estero né dallo Stato. Cento e ventisette individui erano ascritti a questo corpo al cadere della Repubblica. Per la denominazione «Ruga Giuffa» vedi Ruga Giuffa (Ponte ecc. di). S. Aponal (Campo, Rio di). La chiesa di S. Apollinare, «vulgo S. Aponal», fu edificata nel 1034 dalle famiglie Sievoli e Rampani di Ravenna. Ebbe un ristauro nel secolo XV, ed una rifabbrica nel XVI. Conservossi parrocchiale fino al 1810, epoca in cui fu chiusa. In seguito servì a ricovero notturno di poveri, poi ad officina da magnano e falegname, poi a magazzino di mobilie, e carcere per detenuti politici, e deposito di sfaciture, e spaccio di carbone, e finalmente a bottega da rigattiere. Nel 1840, posta a pubblica vendita, veniva acquistata da un Angelo Vianello, detto Chiodo, che tosto la rivendeva ad alcuni devoti, i quali la riaprirono al divin culto nel 1851. In questa occasione si volle fregiarne la porta con un bell'arco lombardesco, trasportato dalla chiesa di S. Elena in isola, il quale faceva parte del monumento eretto al generale Vittore Cappello, lavoro d'Antonio Dentone (1480). Nel frontone circolare stava il gruppo di S. Elena con Vittore Cappello in ginocchio d'innanzi ad essa. Tal gruppo trovasi attualmente nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo. D'una curiosità avvenuta in parrocchia di S. Apollinare fa cenno il Sanudo nei «Diari» colle parole: «Adi 19» (decembre 1510) «fo portato in collegio uno mostro eri nato qui in Venexia in campiello di Santo Aponal da uno povero erbaruol, videlicet uno puto et una puta che si tieneno insieme davanti, videlicet do teste, 4 braxe, 4 gambe, chome apar per questa figura; el qual nacque eri, et vixe una hora: fono batezati la femena Maria, el puto Zuane: fo portati poi dal patriarca et in colegio, et cussì molti andono a caxa a vederli, et pagavano uno soldo, et fono imbalsamati. Et, cossa mostruosa, hanno un corpo solo». Di Bianca Cappello, che abitava in questa parrocchia, diremo altrove. Vedi Storto (Ponte). A S. Apollinare morì il pittore Alvise Benfatto, detto dal Friso, nipote, per via di sorella, del celebre Paolo Veronese. Hanno i Necrologi Sanitari: «7 ottobre 16O9. M. Alvise Benfatto pittor de anni 65 in c.a da febbre g.ni 8, S. Aponal». Ciò valga a correzione del Ridolfi, il quale pone la morte del Benfatto come seguita nel 1611. (CICOGNA, «Inscr. ven.», III, 276). In «Campo di S. Apollinare», per ultimo, nacque, il 12 febbrajo 1801, il poeta Luigi Carrer, figlio d'Antonio e di Margherita Dabalà. S. Barnaba (Campo, Ponte, Rio, Traghetto di). La chiesa di S. Barnaba fu eretta nell'809 dalla famiglia Adorni, o Adami. Consunta dall'incendio del 1105, e rifabbricata con le limosine dei fedeli, ebbe consecrazione nel 1350 per mano dei due vescovi Francesco Mociense dell'ordine dei Minori, ed Agnellino Sudense dell'ordine dei Predicatori. Cadente poscia per vetustà, venne rinnovata, e compiuta del tutto nel 1776 con disegno di Lorenzo Boschetti. Nel 1810 di parrocchiale divenne sussidiaria. Il «Ponte di S. Barnaba» venne costrutto per la prima volta in pietra nel 1337. Solenne e pomposo spettacolo presentò il «Campo di San Barnaba» la domenica 29 gennaio 1441, allorché vi giunse da S. Samuele, sopra un ponte di barche, la famosa cavalcata disposta per festeggiare le nozze poc'anzi avvenute fra Jacopo Foscari, figlio del doge Francesco, e Lucrezia Contarini, comparendovi pure il principe ad accogliere la nuora che erasi recata alla chiesa per ascoltar messa. In quella occasione nel mezzo del Campo fu recitato un bellissimo sermone con «tanti zentiluomini e puovolo che no se podeva andar in alcun luogo». Il dopo pranzo del medesimo giorno approdò a S. Barnaba il bucintoro montato da 150 dame, ed accompagnato da molti palischermi, e da tutte le barche della contrada, per condurre la sposa al Palazzo Ducale, ove s'imbandì lauta cena, dopo cui «fo fatto festa fin a hore nove di notte». Vedi la curiosa lettera riportata da Flaminio Corner ne' suoi «Opuscula quatuor» ecc. S. Bartolomeo (Merceria, Campo). La chiesa di S. Bartolammeo si reputa fondata nell'840, ed intitolavasi prima a S. Demetrio martire di Tessalonica. Rinnovossi sotto il Doge Domenico Selvo nel 1170, e dedicossi a S. Bartolammeo. Era parrocchiale fino dalla sua origine; momentaneamente però venne assoggettata, nel 1195, ai Canonici di S. Salvatore, dalla qual soggezione restò libera poco tempo dopo. Nel 1342 fu unita dal pontefice Giovanni XXII, alla mensa patriarcale di Grado, la quale ne eleggeva il parroco, diritto che passò poi a quella di Venezia. Dopo varii ristauri si ridusse finalmente alla forma attuale nel 1723, e nel 1810 divenne succursale di S. Salvatore. Il vecchio campanile di S. Bartolammeo, demolito nel 1747, venne poi rifabbricato, e ridotto a compimento nel 1754. In parrocchia di S. Bartolammeo abitava Raffaele Zovenzonio, celebre poeta triestino del secolo XV. Ciò si deduce dalla «Mariegola» della Confraternita di S. Girolamo, di cui egli era socio. In parrocchia di S. Bartolammeo abitava pure il pittore Vincenzo Catena, che, col suo secondo testamento, 15 aprile 1530, in atti Zaccaria de Priuli, lasciò tutto il suo residuo alla Scuola dei Pittori, perché comperassero uno stabile per le loro riduzioni. Perciò l'albergo dei Pittori, in «Calle Sporca» a S. Sofia, aveva la seguente lapide commemorativa, donata poscia da Giovanni David Weber al Seminario della Salute: Pictores Et Solum Emerunt Et Has Construxerunt Aedes Bonis a Vicentio Catena Pictore Suo Collegio Relictis. MDXXXII. La notte dal 12 al 13 maggio 1797 avea luogo presso la chiesa di S. Bartolammeo un lagrimevole fatto. Acceso di furore il popolo contro coloro che erano stati i principali motori della resa di Venezia ai Francesi, facevasi a saccheggiare le case dei rei, e, come avviene in simili casi, non rispettava neppure quelle degli innocenti. Allora Bernardino Renier ordinava che si ponessero alcune artiglierie sulla sommità del «Ponte di Rialto» per impedire ai saccheggiatori di varcarlo. Appena dunque che questi, per nulla intimoriti, s'avvicinarono tumultuando, davasi fuoco alle miccie, e la via sottoposta riempivasi di sanguinosi cadaveri. Fatale destino che il cannone di S. Marco dovesse tuonare per l'ultima volta non contro i proprii nemici, ma contro i propri figli! Il «Campo di S. Bartolomeo», coll'atterramento di varii stabili, venne notabilmente ampliato nel 1858. Nel 20 decembre 1883 s'inaugurò in mezzo ad esso il monumento a Carlo Goldoni, la cui statua in bronzo venne eseguita dallo scultore Dal Zotto. S. Basegio (Campo, Fondamenta, Ponte, Sottoportico, Salizzada). Vuole il Sanudo che la chiesa parrocchiale di S. Basilio, «vulgo S. Basegio», sia stata eretta nell'870 a merito della patrizia famiglia Basegio. Alcuni altri la vogliono eretta nel 905, ovvero 970, ed a merito dei Molini, oppure degli Acotanto. Comunque sia, fu rinnovata dopo il 1105, ma il tremuoto del 1347 m. v. la fece crollare, e quindi convenne rifabbricarla. Ebbe in seguito tre altri ristauri, come, sulla fede delle iscrizioni, nota il Cicogna. Nel 1808 divenne succursale, e nel 1810 si chiuse. Servì quindi a magazzino di legname e d'altro fino al 1824, in cui si distrusse. La sua area è ora ridotta a giardino col N. A. 1525. Si dice che in parrocchia di S. Basilio abitasse il beato Pietro Acotanto, patrizio veneto, morto nel 1187. Il di lui corpo per certo veneravasi nella chiesa di S. Basilio, e quando essa fu chiusa nel 1810, fu trasportato nella chiesa di S. Sebastiano, e quindi nel 1821 in quella dei SS. Gervasio e Protasio. Avendo ser Giusto Orio tentato d'annegare più volte il proprio nipote Nicolò Orio, una delle quali gettandolo giù dal «Ponte di S. Basegio», fu condannato, con sentenza 19 febbraio 1396 m. v., a stare perpetuamente in bando da Venezia, e dal dominio, sotto pena d'essere messo a quarti, ed a perdere tutt'i suoi beni, che dovevano devolversi a favore del nipote. In parrocchia di S. Basilio venne alla luce il 7 ottobre 1675 la nota pittrice Rosalba Carriera, la quale, come dice il Zanetti («Della Pittura Veneziana») condusse la pittura a pastelli a tale perfezione, «che non vi fu nome celebre in questo genere che le andasse davanti, e che pochi si trovarono che la potessero eguagliare». Dopo molti viaggi reduce a Venezia, divenne nel 1747 affatto cieca, sventura che parve essere il presagio d'altra maggiore, cioè della totale alienazione di mente, oppressa dalla quale morì nel 15 aprile 1757. S. Basso (Calle). La chiesa parrocchiale di S. Basso deve i suoi principii alla famiglia Elia nel 1076. Arsa, con altre ventidue chiese, nel 1105, venne rinnovata. Incontrò egual disgrazia nel 1661 avendosi appreso il fuoco, per la vicinanza delle candele accese, all'apparato dell'esposizione del SS. Sacramento, fattasi il 25 del mese di marzo. Allora tornò ad essere rifabbricata, come sembra, dall'architetto Benoni. Nel 1810 fu chiusa, e convertita in magazzino. Alquanti anni fa si voleva riaprirla al culto di tutti i Santi Veneziani d'ogni epoca, ma il progetto cadde ben presto in dimenticanza. Questa chiesa, dal 1088 al 1100, restò unita al vescovado di Jesolo, e, dal 1365 al 1418, a quello d'Eraclea. Dicesi che nel 1282 si fabbricasse a S. Basso una loggia perché i nobili vi si potessero trattenere in piacevole brigata nelle prime ore della notte. In «Calle S. Basso» successe nel 1310 una scaramuccia fra i congiurati di Bajamonte Tiepolo, e la gente del doge Pietro Gradenigo. In parrocchia di S. Basso abitava nel 1528 il famoso pittore Giacomo Palma il vecchio, come si rileva dal testamento che, a dì 28 luglio di quell'anno, egli fece negli atti di Alvise Nadal, pievano di S. Boldo, e pubblico notajo. V'abitava pure il celebre architetto Jacopo Sansovino in una casa al principio delle «Procuratie Vecchie», che, fino dal 1529, gli era stata assegnata dal pubblico. Leggesi nel necrologio parrocchiale: «27 novembrio 1570. ms. Jacopo Sansovino proto della giesia di S. Marco, de anni 91, amalà un mese e mezo de malatia di vegeza». Il Sansovino ebbe i funerali in S. Basso coll'intervento dei canonici di S. Marco, ma fu sepolto in S. Geminiano. Distrutta questa chiesa nel 1807, le ceneri del sommo architetto si trasportarono nell'altra di S. Maurizio, e finalmente nel 1820 in quell'oratorio che è annesso al Seminario della Salute. A S. Basso, e forse nella casa medesima, morì Francesco Sansovino, letterato, figliuolo di Jacopo. Questi nel suo testamento, fatto il 24 novembre 1582 in atti Marcantonio de Cavaneis, disse... «S. Basso, sotto la cui parrocchia io abito al presente». Ed il necrologio: «Adì 28 setembrio 1583. ms. Franc. Sansovino d'anni 60, da febbre jorni num. 12». Nella medesima parrocchia, per ultimo, venne a morte, ai 2 novembre 1592, Modesta da Pozzo, detta Moderata Fonte, poetessa e letterata Veneziana. «Adì 2 novembrio 1592 la mag. mad.a Modesta di anni 36 consorte dell'eccell.mo s. Filippo de Zorzi S. Basso». Così nei Registri sanitari. Filippo de Zorzi, o Zorzi, non apparteneva, come erroneamente scrive il Quadrio, alla casta patrizia, ma bensì alla cittadinesca. Egli fece scolpire un epitaffio alla moglie sepolta nel chiostro dei Frari, donde si rileva ch'era figlio di Pietro, e che esercitava la carica di avvocato al Magistrato delle Acque. Alcuni fra i «Registri dei Giustiziati in Venezia», che si conservano a penna tanto nella biblioteca Marciana, quanto altrove, riferiscono che un pievano di S. Basso, chiamato D. Francesco, ma di cui tacciono il cognome, sentendo da un suo penitente ch'egli aveva privato di vita un gentiluomo, differì per destro modo la confessione al giorno seguente, in cui ascose in un armadio il proprio nipote, acciocché potesse ascoltare il tutto, e, dandone parte alla Giustizia, guadagnare la taglia proposta di quattro mila ducati. Avuto effetto il divisamento, stava l'omicida per salire il patibolo, allorché nel silenzio del carcere disse ad alta voce innanzi l'immagine d'un Crocifisso: «E' vero ch'io sono il reo, ma come può essere scoperto il mio delitto, se è conosciuto soltanto da voi che siete il mio Gesù Cristo, da che sono il reo, e dal pievano di S. Basso che è stato il mio confessore?» Queste parole, riportate al tribunale supremo, fecero sì che venisse imprigionato il pievano, e che, dopo aver confessato in mezzo ai tormenti della tortura il proprio misfatto, fosse decapitato il 22 aprile, o, come asserisce qualche registro, il 22 agosto 1639, giorno di giovedì. L'uccisore del gentiluomo ebbe in quella vece salva la vita; anzi gli furono dati due mila ducati della taglia, coll'ingiunzione d'abbandonare entro tre giorni il Veneto territorio. Più lieta fu l'avventura raccontataci dal Cicogna ne' suoi «Diarii» manoscritti relativamente all'altro pievano di S. Basso, Benedetto Schiavini, eletto nel 1780. Si era egli raccomandato per venir fatto canonico di S. Marco a Margarita Dalmaz, o Delmaz, consorte del penultimo doge Paolo Renier, la quale promise di assecondare i di lui desideri purché togliesse dalla facciata di S. Basso la campanella delle messe solita a darle fastidio. La campanella fu tolta, ma la Dalmaz, che accostumava di vendere le cariche, fece conferire ad altri il canonicato. Allora il pievano rimise a suo posto la campanella ed alla dogaressa che lo chiamava mancante di parola, rispose che anch'ella non aveva mantenuta la propria col non dargli il canonicato. Questo fu nuovamente promesso, ed il pievano nuovamente tolse la campanella, ottenendo dopo qualche tempo il posto da lui desiderato. Scrive il Cicogna che la Dalmaz, nata a Costantinopoli, e creduta in origine funambula, o ballerina, morì l'11 gennaio 1817 in parrocchia di S. Angelo, in quello stabile che è vicino al palazzo Medin, lasciando cospicua facoltà. S. Biagio (Fondamenta, Campo). Vuolsi che questo tratto fosse anticamente un'isoletta chiamata «Ladrio», ovvero «Adrio». La chiesa di S. Biagio sorse nel 1052 qual parrocchiale per opera della famiglia Boncigli, e per molti anni venne uffiziata alternamente con rito latino e greco fin che i Greci passarono a S. Giorgio. Cadente ebbe una rifabbrica nel 1745 sul disegno di Filippo Rossi proto dell'Arsenale, ma nel 1810 si chiuse per riaprirsi più tardi nel 1817 come parrocchia del corpo della Marineria. Circa il «Ponte di S. Biagio», detto anche «Ponte dell'Arsenale», abbiamo la legge seguente in data 20 febbraio 1323 M. V.: «Quod nemo in quadragesima praesenti et futuris possit transire ad equum, nec cum equo, pontem sancti Blasii, sub poena solidorum viginti pro quolibet et qualibet vice». Emanossi forse questa legge in vista del gran concorso di popolo che frequentava di quadragesima i così detti «perdoni» di Castello. Il ponte medesimo di legno, al pari dell'altro più prossimo all'Arsenale, e di quello oggidì chiamato «della Veneta Marina», aveva il nome di «Ponte delle Catene» pei lunghi ferri che, attaccati agli stabili propinqui, lo sostenevano nelle occasioni che doveva alzarsi pel passaggio dei navigli uscenti dall'Arsenale. Scrive la «Gazzetta Urbana» sotto il 1° luglio 1789: «Un giovine d'anni 25 ha il merito d'aver liberati quegli stabili dal pericolo di cadere un giorno alle frequenti scosse cagionate dal continuo transito, sostituendo al vecchio un nuovo ponte di due pezzi, ch'apresi e chiudesi senza alzarlo, combaciandosi con somma facilità ed offrendo un sicuro, e non faticoso passaggio». Racconta il Sanudo nelle sue «Vite» dei Dogi che «nel 1381, la notte di S. Bartolomeo, nacquero in questa terra due figliole nella contrada di S. Biagio vive e sane con tutte le loro membra, ma erano congiunte ad invicem a femore usque ad pectora, e pareva che si volessero abbracciare». I magazzini di granaglie, che tuttora esistono in «Campo di S. Biagio», vennero eretti nel 1322, epoca di carestia, leggendosi nel Savina che in quest'anno «fo in Senato deliberado de far un deposito in Venezia di formenti, et fo fatti alcuni magazzini sul Campo di S. Biasio» ecc. Qui il 15 marzo 1885 venne inaugurato il monumento in onore dell'esercito Italiano, resosi benemerito all'epoca delle ultime inondazioni. La scultura è di Augusto Benvenuti. S. Biagio (Fondamenta, Rio, Ponte) alla Giudecca. La B. Giuliana dei Conti di Collalto, preso l'abito di S. Benedetto nel chiostro di Salvarola presso Este, e giunta nel 1222 a Venezia, fondò alla Giudecca una chiesa dedicata ai SS. Biagio e Cataldo, ed un monastero di Benedettine, ove prima sorgeva un'altra chiesa più antica, sotto la invocazione dei medesimi santi, ed un ospizio destinato ad accogliere i pellegrini che passavano in Terra Santa. Nel 1519 questo monastero fu riformato dal patriarca Antonio Contarini, e nel secolo medesimo venne anche materialmente rinnovato probabilmente insieme alla chiesa. Ambidue gli edifici ebbero un'altra rifabbrica nel secolo trascorso, ma nel 1810 si ridussero ad usi profani. In questi ultimi anni poi furono distrutti per far sorgere un novello fabbricato ad usi commerciali. Scrive il Sanudo, sotto il 15 febbraio 1513 M. V.: «In questi zorni a S. Biaxio Catoldo seguite certa cuestione tra loro monache che si treteno i libri in la testa. Ideo andoe il patriarcha ivi, e udite le loro querele, et scoperse come vivevano inhonestamente, e trovò a una Faustina Manolesso una peliza damaschin bianco fodrà di martori, la qual si dice l'à fata sier Cristofal Capello Savio ai Ordeni di Sier Francesco el cavalier». S. Boldo (Campo, Ponte). La chiesa parrocchiale di Sant'Ubaldo, volgarmente «S. Boldo», fabbricossi, sotto l'invocazione di S. Agata, dalle patrizie famiglie Giusto e Tron intorno al secolo XI, ma incendiatasi nel 1105 fu rinnovata, e poscia ampliata nel 1305. Col progresso di tempo, dalle vicinanze d'uno spedale, detto di S. Ubaldo, fondato per 12 povere dai coniugi Tommaso e Lorenza de Matteo da Firenze, cogli atti d'ultima volontà 19 decembre 1395, e 16 agosto 1429, cominciò ad intitolarsi, oltre che di S. Agata, anche di S. Ubaldo, e finalmente restò con quest'ultimo nome soltanto. Resa cadente nel 1735, venne in 4 anni riedificata. Si chiuse nel 1808, ed in seguito si demolì, non in modo però che non se ne scorgano gli avanzi insieme a quelli del campanile. Lo spedale, ovvero ospizio, di S. Ubaldo si presta tuttora alla sua primitiva destinazione. S. Bonaventura (Ponte, Fondamenta). I PP. Francescani Riformati che dimoravano in S. Francesco del Deserto, abbandonata quell'isola pell'insalubrità dell'aere, passarono prima nell'abazia di S. Cipriano di Murano, poscia a S. Nicolò nel locale che in seguito venne occupato dalle «Terese», e finalmente nel 1620 fondarono in questo sito nuovo convento e chiesa nuova, tre anni dopo consecrata sotto il titolo di S. Bonaventura. Nel 1810 ambidue gli edifici si ridussero ad usi profani. Nel 1859 però vennero comperati dalla contessa Paolina Giustiniani Recanati, vedova Malipiero, che nel 1875 v'introdusse alcune Carmelitane Scalze. Havvi memoria che nel giorno di Pasqua dell'anno 1641 Alvise Paruta rapì Lucia Gerardi, che, unitamente al proprio padre, usciva dalla chiesa di S. Bonaventura. Il rapitore perciò, con sentenza 3 aprile dell'anno medesimo, venne bandito, ma nel 1646 ottenne piena grazia. S. Canciano (Parrocchia, Campo, Ponte, Rio, Rio Terrà). Sembra che alcuni profughi Aquilejesi fondassero la chiesa sacra a S. Canciano e compagni, celebri pel martirio sofferto in Aquileja. Non si sa tuttavia precisamente in qual epoca ciò avvenisse. Questa chiesa fu consecrata nel 1351 da Marco, vescovo di Jesolo, coll'assistenza di altri due vescovi. Nel secolo XVI minacciava rovina, per cui fu d'uopo rifabbricarla. Nel secolo XVIII venne ridotta alla forma presente. Essa in antico dipendeva dal patriarca di Grado, e certamente fino da tempi rimoti si costituì parrocchiale. Nel 1810 perdette alcune contrade, che s'aggiunsero alla parrocchia dei SS. Apostoli, ma ne ebbe in cambio qualche altra della medesima parrocchia. Guadagnò poi tutto l'antico circondario di S. Giovanni Grisostomo, e parte di quello di S. Maria Nuova, e S. Marina. In parrocchia di S. Canciano abitava «ser Zuane Bon tajapiera» («Mariegola» 1377-1546 della «Scuola di S. Cristoforo all'Orto»). Egli probabilmente è quel «Zuane Bon» padre dell'architetto Bartolameo Buono. V'abitavano pure nel secolo XVI gli Strozzi, nobili e ricchi fuorusciti Fiorentini. Leone Strozzi, priore di Capua, figliuolo di Filippo, dirigendo una lettera al cav. Govone, ministro della ragione Strozzi in Venezia, vi faceva la soprascritta: «Sul Campo di S. Cantian in ca' Strozzi». Agostino Sagredo dice nell'«Archivio Italiano» d'aver fondamento per credere che la casa abitata dagli Strozzi sia quella ove più tardi abitò il celebre Amadeo Svajer, e quindi la famiglia Weber. Questa casa, che è situata al «Ponte di San Canciano», al così detto «Traghetto di Murano», apparteneva anticamente ai Morosini, e presenta tuttora sulle muraglie esterne alcuni frammenti di greche sculture, fatti colà innestare da Davide Weber, pei quali vedi Moschini: «Itinéraire de la Ville de Venise» ecc. «Venise, Alvisopoli, MDCCCXIX». Nella medesima parrocchia morì il 20 ottobre 1549 Trifon Gabrielli, denominato il Socrate Veneziano, di cui parleremo altrove. Vedi Gabriella (Corte). Vi morirono i celebri pittori Tiziano Vecellio, Francesco da Ponte, detto il Bassano, e Leonardo Corona. Vedi Tiziano (Campo di). Il Bassano, negli ultimi anni, oltrecché malaticcio, era divenuto pazzo, e temeva sempre d'essere cacciato in prigione, per cui sentendo un giorno picchiar forte all'uscio, e credendo che fossero i birri, gettossi giù dalla finestra, e riportò varie ferite. Abbiamo di lui nei Necrologi Sanitari: «A dì 3 luio 1592. M. Francesco Bassano pittor, d'anni 42, eticho già da lungo tempo, ultimam: da essersi buttato giù da un balcon per frenesia già otto mesi - s. Cantian». Vi abitava nel 1566, e vi morì il 14 luglio 1599, in età di anni 94, quel «Benedetto Bramier q. Zuane», guerriero e mercadante Genovese, che fu sepolto ai Gesuati in un avello, sul coperchio del quale, ora trasportato nel chiostro del Seminario della Salute, scorgesi la di lui imagine intera, e leggesi un epitafio in ottava rima. Egli aveva testato il 1° luglio 1597, in atti Luca Gabrielli, eleggendo a commissarii la moglie Caterina, Bianchin Bianchini suo genero, e Bortolo di Biasi incaricato di tener il conto del di lui negozio. Lasciava la casa che possedeva in parrocchia di S. Lio alla moglie, beneficava l'ospitale di Genova, disponeva di mille ducati a beneficio della propria cappella nella chiesa di S. Martino di Portofino sulla riviera di Genova, voleva essere sepolto nella sua arca ai Gesuati coll'accompagnamento di mille poveri, a cui fosse data l'elemosina di soldi otto per ciascheduno, e finalmente instituiva erede residuaria di tutte le sue facoltà la nipote Giulia, alla quale, morta senza prole, sostituiva l'ospitale dei SS. Giovanni e Paolo di Venezia. Nella parrocchia di S. Canciano abitarono pure il cavalier Tiberio Tinelli, pittore di grido, ed il senatore Flaminio Corner, a cui tanto deve la storia ecclesiastica veneziana. Ambidue finirono i loro giorni nella medesima parrocchia, il primo nel 1638, ed il secondo nel 1778, ottenendo dopo morte in chiesa di S. Canciano un'iscrizione monumentale. Pel luogo preciso ove abitava il Corner, vedi S. Giovanni Grisostomo (Ponte ecc.). S. Canciano (Salizzada). Vedi Formagier. S. Cassiano (Parrocchia, Campo, Rio, Traghetto di). Per quanto scrivono alcuni, sorgeva anticamente in questa situazione un oratorio fatto uffiziare da monache, e dedicato a S. Cecilia. Nel decimo secolo esso venne trasformato in chiesa parrocchiale per opera delle famiglie Michieli, Minotto, e Miani, e dedicato a S. Cassiano. Ebbe una rifabbrica dopo l'incendio del 1105, e successivi ristauri nel 1205, e 1350. Finalmente nel 1611 si ridusse alla presente condizione, avendosene però ai nostri tempi migliorato il prospetto col demolimento del portico di cui, come quasi tutte le altre di Venezia, questa chiesa era fornita. Tali portici servivano specialmente alle penitenze pubbliche, durate fin verso la metà del secolo XVI, ma poscia si andarono demolendo pegli abusi che in essi commettevansi. Si trovano memorie del campanile di S. Cassiano fino dal 1292, e pare che fosse edificato ad uso di torre. Il «Rio di S. Cassiano» dicevasi anche in una parte «Rio Saponario» da una fabbrica di sapone. Il circondario della parrocchia di San Cassiano venne nel 1810 considerevolmente ampliato pell'aggiunta di alcune contrade tolte alla conservata parrocchia di San Giacomo dall'Orio, e d'altre che appartenevano alle quattro parrocchie soppresse di S. Maria Mater Domini, S. Eustachio, S. Apollinare e S. Ubaldo. Il Gallicciolli nelle sue «Memorie», per farci conoscere la dissolutezza del clero di S. Cassiano nel secolo XVI, ci racconta come nella visita apostolica del 1592 apparve che un prete di questa chiesa, per nome Gregorio Bervich, era solito d'andar qua e là giuocando alla «bassetta», ed aveva avuto pratica disonesta con una femmina; che Alvise Leopardo, sacrestano, giuocava pur egli, ed andava «al magazzen a bever liatico»; che Filippo Rota, altro prete, non voleva sempre ascoltare le confessioni, si rifiutava di dar l'olio santo agli infermi, e, come procuratore di capitolo, non accontentavasi di tre scudi, ma pretendeva tre ducati per seppellire un morto. Mormoravasi inoltre che costui tenesse pratica colla moglie d'un barcaiuolo, e che in casa sua frequentassero donne di mal affare. Egli è quel medesimo prete Filippo Rota, che nella visita antecedente, fatta l'anno 1581, fu condannato, per peccato di carne, unitamente a Pietro degli Adoni, allora terzo titolato, a cui s'impose che cessasse di visitare certa Angela, donna maritata, e licenziasse di sua casa Vittoria, moglie di Giovanni Hanta. Ritroviamo nei «Diarii» del Sanudo all'anno 1515, 12 genn. M. V. «In questa sera a hore do di note se empiò il fuogo a S. Cassan drio la chiesa in le caxe di fioli fo di Sier Piero Michiel di S. Polo per caxon d'un stampador venuto, et fo gran danno, bruxò alcune caxe». In un documento, addotto da Flaminio Corner, apprendesi che in parrocchia di S. Cassiano abitava «Gullielmo figlio di Jacopo dal Zano di Bergamo lapicida». Egli, come ritiensi, è il famoso architetto Guglielmo Bergamasco. L'erudito Michele Caffi crede poi che «Zano» sia una corruzione di «Alzano», paese del Bergamasco, e che il nominato Guglielmo sia pure quel medesimo «Vielmo Vielmi, squadrador», che si ritrova notato in un documento della chiesa d'Alzano Maggiore. In parrocchia di S. Cassiano stanziava il buon tipografo Simone de Luere. In essa morì Paolo Orsini, che, dopo molte imprese militari operate in esteri paesi, essendo comandante delle Venete armi nella guerra di Cipro (an. 1571-1572) diede prova di gran valore nello assedio di Margaritino, nell'espugnazione di Navarrino, e nella demolizione del forte di Varbagno. Ecco l'annotazione del necrologio parrocchiale: «Adì 3 marzo 1581. L'illustrissimo et eccellentissimo signor Paulo Orsini de anni 64 amalado da febre per mesi dui». Sappiamo dal Cicogna che gli vennero fatti solenni funerali in cui fu lodato con funebre orazione da Aldo, figlio di Paolo Manuzio, e che ebbe sepoltura alla Madonna dell'Orto. Finalmente nella parrocchia medesima venne a morte nel 1600 Giovanni Sadeler, valente incisore in rame, nato a Bruxelles nel 1550. Egli intagliò in Venezia la tavola della Resurrezione del Tintoretto, ed in chiesa di S. Cassiano venne sepolto con epigrafe riportata dal Palfero. S. Caterina (Fondamenta, Rio, Ponte, Calle lunga). Non si sa precisamente l'anno della fondazione della chiesa e del monastero di S. Caterina. Primi abitatori di esso sembrano essere stati alcuni religiosi Agostiniani, detti della Penitenza di Gesù, ed anche Sacchiti, o Sacchini, per la loro veste simile ad un sacco. Soppresso quest'ordine nel 1274, Giovanni Bianco, veneto mercadante, acquistò il locale nel 1288, e ne fece dono nel 1289 a Bortolotta Giustinian, che lo destinò ad uso di monache Agostiniane, sotto il vecchio titolo di S. Caterina dei Sacchi. Bortolotta era figlia del celebre Nicolò Giustiniani, già monaco in S. Nicolò del Lido, uscito dal chiostro col permesso del papa, ed unitosi ad Anna Michiel per dar successione al proprio casato. Nel 1807 le monache di S. Caterina vennero concentrate con quelle di S. Alvise, e nel loro monastero si collocò il Liceo Convitto, ora chiamato Marco Foscarini. La chiesa divenne allora, come lo è tuttavia, oratorio sacramentale dello stabilimento. Essa nel giorno della Santa titolare era visitata dal principe, e dalla Signoria perché in quel giorno, per mozione del doge Pietro Gradenigo (an. 1307), si celebrava la così detta «Festa dei Dotti», e schiudevansi i luoghi di pubblico insegnamento (25 novembre). Essendo Suor Ginevra Querini, monaca professa del convento di S. Caterina, colà dentro carcerata, a requisizione del vescovo Castellano, per certa sua pratica col N. U. Federico Giustinian, ed avendole questi spedito una lettera ove le fissava la notte in cui sarebbe venuto a liberarla, volle il caso che ciò andasse all'orecchio degli altri due patrizi Domenico Contarini q. m. Pietro, e Paolo Erizzo q. m. Marco. Idearono i giovani scapestrati di sturbare l'impresa, e nella notte fissata si posero armati a ronzare intorno al convento, per cui il Giustinian, venuto alla posta, dovette per prudenza ritirarsi. Un'altra notte poi, coll'aiuto del N. U. Giacomo Nanni q. Giovanni, scalarono le mura del sacro recinto, penetrarono ov'era la monaca, e facendole credere che il Contarini fosse il Giustinian, si intrattennero al buio con essa. Scopertosi il fatto, il Contarini e l'Erizzo furono condannati, con sentenza 14 maggio 1446, ad un anno di carcere, ed a 100 lire di multa pel sacrilegio commesso. Il Nani poi ed il Giustinian a sei mesi di carcere, ed alla multa medesima, questi pel suo proposito di rapire la monaca, e quegli per aver dato mano a scalare il convento. Riporta il Sanudo che, volendo il patriarca, per breve avuto dal papa, consecrare monaca in S. Caterina una donna di casa Michiel, né volendolo le monache, che dicevano aver essa il marito ancor vivo, domandò l'aiuto del braccio secolare, e la notte del 10 ottobre 1517 mandò il proprio vicario ad entrar per forza nel monastero, atterrandone le porte. Le monache allora si chiusero in campanile, e cominciarono a suonare campana a martello, dal che nacque un maledetto tafferuglio nella contrada. S. Chiara (Fondamenta, Canale). Nel 1236 Giovanni Badoer diede quest'isola a certa Costanza perché vi fabbricasse una chiesa ed un monastero. La chiesa fu nominata nei primordii S. Maria Madre del Signore, e le monache, che professavano la regola di S. Francesco, si chiamavano suore di S. Damiano pel primo monastero di Francescane, sotto tal titolo fondato da S. Chiara presso Assisi. Più tardi presero il nome di detta Santa, il quale si rese comune anche alla chiesa. Coll'andar del tempo, essendosi fra esse rallentata di molto la disciplina, il patriarca Antonio Contarini, nel principio del secolo XVI, le riformò, dividendole in due classi, l'una composta dell'antiche monache Conventuali, l'altra da nuove monache Osservanti, tratte dai monasteri della Croce, e del Sepolcro. Si mantenne questa divisione fino al 1565, in cui le monache Conventuali ancor viventi abbracciarono la riforma, e, sotto il governo dell'abbadessa Gabriela Molin, giunse il monastero ad essere, senza separazioni, un solo corpo di monache Osservanti. Nel 1594 le medesime furono poste eziandio sotto la immediata superiorità e giurisdizione dei patriarchi, finché nel 1806 vennero concentrate con le monache della Croce. Un incendio distrusse nel secolo XVI in gran parte la chiesa ed il convento di S. Chiara, dopo il quale ambidue gli edificii ebbero una rifabbrica. Nel 1819 si ridussero ad Ospitale Militare, al quale scopo servono tuttora. Narra «suor Maria Felice dalla Vecchia», abbadessa di Santa Chiara dal 1592 al 1595, che, circa tre secoli prima, le «madre rodiere» del convento sentirono un giorno picchiar all'uscio, aperto il quale scorsero un pellegrino che loro consegnò una cassettina di rame, con un anello, pregandole a custodirgli quel «tramesso», né a consegnarlo ad alcuno, se non vedevano un anello consimile di riscontro. Passarono poscia molti anni senza che altri venisse a riprendere la cassettina, e frattanto, successo un allagamento, essa miracolosamente fu salva dalle acque. Di più certe «fantoline», o «zaghete», la videro più volte splendente per molti lumi, e sentirono risuonare nell'aere celesti armonie. S'indussero quindi le monache ad aprirla, e vi ritrovarono un chiodo colla scritta, essere quello il chiodo da cui furono trafitti i piedi del Salvatore, ed averlo colà depositato S. Luigi re di Francia, travestito da pellegrino. La buona abbadessa «Maria Felice» aggiunge che tosto formossi del fatto autentica scrittura, ma che questa ebbe la disgrazia di perire in occasione d'incendio, laonde non poteva far altro che citare il racconto delle «madre vecchie» in conferma di quanto esponeva. Alcune cronache dicono avvenuto il caso nell'anno di grazia 1262. Comunque siasi, il chiodo, che già veneravasi nella chiesa di S. Chiara, è quel medesimo che ora si venera in S. Pantaleone. Abbiamo una legge del 16 luglio 1383 col titolo: «Monachae S. Clarae non teneant fratres propinquos monasterio suo». Per bene intenderla è da considerare che negli antichi tempi le monache generalmente solevano tenere nei proprii monasteri, od almeno poco discosto, alcuni frati per essere dirette dai medesimi, ma che, pegli abusi che nascevano, ciò venne col tempo proibito. Altra legge dell'ultimo luglio 1489 proibisce ai frati di «S. Francesco della cha Granda», i quali avevano «un suo luogo a confin della giexia, e monastier de dicte donne», di frequentare, sotto il pretesto d'amministrare i sacramenti, il monastero di S. Chiara. Avea casa a S. Chiara il N. U. Pietro Pisani, il quale, incolpato d'aver assistito colà ad un segreto colloquio tenuto fra alcuni individui fidati del Carrarese, venne condannato, con sentenza 22 gennaio 1406 M. V., a cinque anni di carcere, ed in caso che fosse fuggito, alla confisca dei beni colla perdita di tutti gl'impieghi ed onori. Sopra la «Fondamenta di S. Chiara» ammirasi il bel tempietto dedicato al nome di Gesù con annesso monastero di Clarisse Sacramentarie, edificii ambidue sorti a merito del sacerdote veneziano Giuliano Catullo. Fino dal 1806 suor Maria Vincenza, conversa nel monastero della Croce, aveva qui raccolto alquante donne desiderose di dedicarsi a vita religiosa. Nel 1815 si pose la prima pietra del tempio, il quale si consecrò per mano del patriarca di Venezia Jacopo Monico. Nel 1846 l'ospizio venne canonicamente eretto in monastero, e le donne rimasero in esso rinchiuse fino al 25 giugno 1849 in cui, per fuggire i pericoli del bombardamento, ripararono prima in casa di Andrea Pinaffo, loro procuratore, a San Cassiano, e poscia presso i padri di S. Francesco della Vigna. Quando però si ricomposero le cose, ritornarono a S. Chiara, ove hanno stanza tuttora. Vedi Cicogna («Inscr. Ven.», vol. VI). Il «Canale di S. Chiara» anticamente aveva il nome di «Becolo». Vedi Gallicciolli, Lib. I, Cap. VII. S. Cosmo (Campazzo, Campo, Ponte) alla Giudecca. Marina Celsi, monaca Benedettina, già abadessa in S. Maffio di Murano, ed in Santa Eufemia di Mazzorbo, involatasi alla corruttela di quei conventi, cominciò a fondare alla Giudecca nel 1481 una chiesa dedicata ai SS. Cosma e Damiano, ed un nuovo convento di monache Benedettine Osservanti, che furono compiuti nel 1492. Nel 1519 la pia donna fu mandata a riformare il monastero di S. Secondo. Nel 1523, restituitasi alle sue compagne, morì. La chiesa da lei fondata ebbe consecrazione dopo la sua morte nel 1583 per mano di Giulio Superchio, vescovo di Caorle. Attualmente ambidue gli edificii servono ad uso profano. S. Cristoforo vulgo Madonna dell'Orto (Parrocchia). Vedi Madonna dell'Orto (Fondamenta ecc. della). S. Cristoforo (Calle, Ramo, Ponte) a S. Vito. Da una statuetta di S. Cristoforo che, ancora pochi anni fa, scorgevasi collocata sopra una antica porta otturata. La denominazione è altrove ripetuta. Vedi Carmini (Ponte dei). S. Daniele (Ponte, Rio, Campo, Ramo). In questa situazione la famiglia Bragadin fondò nell'820 una piccola chiesa sacra a S. Daniele. Giovanni Pollani, vescovo di Castello, ne fece dono nel 1138 a Manfredo, abbate di Fruttuaria, della congregazione Cistercense di S. Benedetto, che l'ampliò e vi fece costruire accanto un monastero dipendente dall'abbazia di Fruttuaria. La chiesa di S. Daniele venne solennemente consecrata nel 1219 da Ugolino cardinale Ostiense, poscia papa Gregorio IX. Giunto il secolo XV, il priore Vincenzo da Sebenico cesse la chiesa col monastero alla pia donna Chiara Ogniben Sustan, per opera della quale, nel 1437, ai frati Benedettini si sostituirono monache Agostiniane. All'epoca della secolarizzazione dei conventi gli edificii di cui parliamo divennero caserma. La chiesa poi venne del tutto demolita nell'anno 1839, ed il convento è tuttora caserma dei Reali Equipaggi. S. Domenico (Calle, Ramo, Sottoportico, Corte) a Castello. Nel 1317 si edificarono a Castello una chiesa dedicata a S. Domenico, ed un convento per dodici frati dell'ordine dei Predicatori, dietro lascito del doge Marino Zorzi. Avevano però dipendenza dal monastero dei SS. Giovanni e Paolo, e fu soltanto nel 1391 che il beato Giovanni Dominici li rese indipendenti. Ai frati di S. Domenico di Castello fu affidato nel 1560 da Pio IV il tribunale della Inquisizione, che prima era commesso ai Francescani. Nel 1807 questo convento fu consegnato alle truppe della Marina e poco dopo si atterrò colla chiesa per formare l'area dei Pubblici Giardini. Dal tempo della loro fondazione ambidue gli edifici erano stati più volte ristaurati. Non lungi dalla chiesa di S. Domenico di Castello venne a morte il 26 marzo 1558, in età di 102 anni, Cassandra Fedele, che lesse nello studio di Padova, disputò in teologia coi primi uomini del tempo, cantò versi latini all'improvviso, compose alcune opere, e fu celebrata da molti letterati. Essa nel suo testamento, 28 agosto 1556, in atti di Benedetto Baldigara notaio veneto, si denomina «Cassandra Fedel rel.ta del q. ex.te m. Z. Maria Mapello D. in medicina, et Priora del hospeal delle donzele appresso S. Domenego». Dice che, trovandosi «in età decrepita», andò a fare il testamento suddetto in chiesa di S. Bartolammeo di Castello, più conosciuta oggidì sotto il titolo di S. Francesco di Paola. Elegge esecutori testamentari l'avvocato Benedetto Lio suo nipote, e «fra' Zuane Foresto» dell'ordine dei Predicatori. Vuole essere sepolta in chiesa di S. Domenico. Benefica quel convento. Lascia a Benedetto Lio porzione di casa in «Calle della Testa» ai SS. Giovanni e Paolo, la qual casa era tenuta «pro indiviso» da essa, e da Domenico di Fabii altro suo nipote. Lega i suoi libri ai figliuoli di Benedetto Lio. Istituisce finalmente erede residuaria «Antonia mojer del dito Beneto». Maria Petrettini poi, nella «Vita di Cassandra Fedele», narra che, per opinione dell'abate Sante dalla Valentina, l'ingresso dell'ospizio, od orfanatrofio di donzelle, (e non «convento di sacre vergini», come erroneamente scrisse il Tommasini), diretto da Cassandra, era quella gran porta di gotica architettura, recante in fronte alcune sculture di santi Domenicani, la quale, per antica tradizione, si chiama la «porta dell'ospeal delle Pute», e scorgesi a Castello nella «Strada Nuova dei Giardini» (ora «Strada Garibaldi»), non lungi dalla «Calle di S. Domenico». Scrive il Savina: «Del 1586 del mese di febbraro si fece una rappretatione della Virtù e del Vizio dalli Padri di S. Dom. di Castello con il concorso di tutta la città, dove un fra' Gio. Maria da Brescia, mascherato da fachino, sparlò in scena d'una mala maniera della Religione, dicendo che ruberebbe il tabernacolo del Santiss. Sacramento al Papa, et che lo scorticherebbe, et delli Senatori Veneti, con dire chel metterebbe volentieri quegli delle veste purpurate in galea al remo (sendone presenti infiniti senatori), per il che fu cacciato fuori della scena, et si formò processo contro di lui dal Nuntio di S. Santità et dalli Ecc. Sig. Capi di X. Et, di ordine del sud. Nuntio, fu affisso alle porte della chiesa di S. Dom. un cedolone, et lo citava a comparire in termine di due giorni, il quale non comparve altrim.te, et fu detto et attribuito ciò alla pazzia che alle fiate regnava in quel padre». Nel convento di S. Domenico di Castello vestì l'abito nel 1668 Pier Francesco degli Orsini, duca di Gravina, che il 24 maggio 1724 venne creato pontefice sotto il nome di Benedetto XIII. Sopra il «Ponte di S. Domenico», ora distrutto, i padri inquisitori solevano il 29 aprile d'ogni anno accendere una catasta di legna per bruciare tutti i libri proibiti, che durante l'anno, avevano potuto raccogliere. S. Domenico (Calle) presso le «Zattere». Da dieci case che nel 1661 vi possedevano i «reverendi padri di S. Domenico di Castello». Queste case, poste nell'antica parrocchia di S. Agnese, erano in essi pervenute pel testamento di «Lodovica Ravagnan da S. Severo», fatto il 3 febbraio 1510 M. V. in atti di Bernardo Cavagnis. Eccone il punto relativo: «Lo residuo veramente de tutti altri mei beni mobili et imobili, rason de crediti caduchi, inordinati, et non scripti, et altra jurisdictione, così de le mie case de Chioza, quanto de quelle che sono a S. Agnese de Venetia, così de monte novo et novissimo, quanto de monte vecchio, fornimenti de casa, et ogni altri beni che se troveranno in casa et fuori de casa al tempo de morte mia, cum le case, et tutte le cosse che saranno in quelle, cum scripture et ogni altra rasone di miei debitori, per qualunque modo e forma aspetano ed aspettar potessero a mi de presente et in futurum, lasso a li frati del prefato convento de S. Domenico de Castello, i quali istituisco miei heredi et ressiduarii universali per dote de la prefata capella de S. Domenico, avanti de la quale ho ordinato esser sepolto el mio corpo dopo la mia morte, con obbligo che li prefati frati miei heredi et residuarii siano obligati celebrar ogni zorno una messa in la prefata capella per l'anima mia e de mio padre, e de mia madre, e de mia neza Marcolina, e de mia ameda madona Diana da cha Savin». S. Elena. S. Eufemia (Parrocchia, Fondamenta, Campiello, Ponte, Rio di) alla Giudecca. La cronaca Scivos ci assicura che la chiesa parrocchiale sacra a S. Eufemia, Dorotea, Tecla ed Erasma, martiri in Aquileja, fu costrutta nell'865 sotto il doge Orso Partecipazio. Dopo essere stata ristaurata più volte, venne ridotta alla forma attuale verso la metà del secolo trascorso. Deve aver avuto varie consecrazioni, delle quali però nulla sappiamo, eccettuatane quella del 1371, ricordataci da una lapide innestata presso la porta. Nel 1810 la sede parrocchiale si traslatò dalla chiesa di S. Eufemia in quella del SS. Redentore per essere di bel nuovo trasportata a S. Eufemia quando nel 1822 riebbero i Cappuccini i loro antichi possedimenti. Andrea Davanzago, pievano in S. Eufemia della Giudecca, essendo morta nel 1437 certa Mina, indusse alcune femminucce a deporre che la defunta, con testamento nuncupativo, gli aveva lasciato tutti i suoi averi. Citato perciò innanzi la Quarantia Criminale, disse nello scolparsi mille pappolate, verbigrazia che la Mina, morendo, aveva partorito due figli «tendentes in invisibile», il primo dei quali nel 1440 doveva essere pontefice, ed il secondo imperatore, aggiungendo altre parole che per modestia, dicono le «Raspe», si passano sotto silenzio. Le sue difese però nulla gli valsero, poiché, con sentenza 9 agosto del medesimo anno 1437, fu condannato a restituire ai parenti della Mina, i quali giacevano nella povertà, quanto riteneva dei beni di essa, ed a rimanere in carcere fino al momento dell'intera restituzione. S. Fantino (Campo, Ponte). La chiesa ex parrocchiale di S. Fantino credesi fondata dalle famiglie Barozzi, Aldicina, ed Equilia nei primordii di Venezia. Ebbe una rifabbrica a spese della famiglia Pisani, quando vi fu trasferita dall'Oriente un'immagine miracolosa di Nostra Donna, per cui chiamossi chiesa di S. Maria delle Grazie e di S. Fantino. Altro ristauro dovette avere nel secolo XV, imperciocché il suo prospetto è chiamato dal Sabellico «frons aedis nitida, candidoque saxo nuper instaurata». Venne poi riedificata di pianta sul principio del secolo XVI dietro legato del cardinale G. Battista Zeno. Narra il Sanudo nei «Diari», che il 25 marzo 1507 il doge andò a porvi la prima pietra. Senonché l'opera andò procedendo così lentamente che nel 1535 non era per anco compiuta. Se ne attribuisce il disegno a Tullio Lombardo, oppure allo Scarpagnino. Il Sansovino, coadiuvato, secondo il Temanza, dal Vittoria, v'aggiunse la cappella maggiore nel 1564. Nel 1810 la chiesa di San Fantino da parrocchiale divenne sussidiaria di S. Maria Zobenigo. Il «Ponte di San Fantino» venne eretto soltanto nel 1842. E' noto che nel 1819, cantando al teatro della Fenice Giuseppina Fedor, si dovette, pel grande concorso, fare in questo sito un ponte di barche, il quale, al termine della stagione, venne rimosso. In una casa, posta nella parrocchia di San Fantino, abitava Vittor Pisani, e fu a questa casa ch'egli, liberato dalla prigione, si diresse «accompagnato», come scrive il Barbaro, «dalla metà del popolo di Venetia, et massime da marineri gridando — Viva Vettor Pisani! — E lui diceva — Gridè Viva San Marco! — Vedendo et udendo ciò il suo Almiraggio se li accostò, et disse — Questo saria il tempo di farvi signore — Et lui li diè un pugno sul viso dicendo — Taci traditore!» La casa suddetta, con altre vicine, solite a darsi a pigione, è nominata da Vittore Pisani nel suo testamento, fatto il giorno 11 aprile 1380 negli atti d'Antonio Bordo, prete di S. Maria Zobenigo. Abbiamo voluto investigare con precisione dove essa sorgesse. E primamente ci venne sott'occhio un passo del Sanudo nei «Diari» indicante che le case dei Pisani a S. Fantino sorgevano «per mezzo ca' Molin». Dagli estimi poi abbiamo appreso che il sito delle medesime stava non lungi dal «Campo», per andar a S. Maria Zobenigo, e che anzi una di esse, la più grande, era l'ultima casa della contrada. Si deve credere adunque che esistessero sopra l'area dell'attuale teatro della Fenice, in fianco al quale havvi tuttora l'arma dei Molin, scolpita sopra un fabbricato. Queste case, che nel 1661 si scorgono in ditta del «N. U. Maffeo Pisani», erano già nel 1713 passate in quella del «N. U. Vincenzo Molin». Per due chiari soggetti della famiglia Giustinian che videro la luce in parrocchia di San Fantino, vedi Fruttarol (Calle del). S. Felice (Parrocchia, Fondamenta, Rio, Campo, Traghetto, Ponte, Ramo e Ponte, Ponte Nuovo). La chiesa di San Felice venne eretta nel 960, oppure nel 966, dalla patrizia famiglia Gallina, e nel 1267 consecrata dai vescovi Leonardo di Jesolo, e fra' Marino di Caorle. Minacciando di cadere, ebbe una rifabbrica, sulle traccie della scuola Lombardesca, nel secolo XVI, ed un'altra consecrazione nel 1624 per opera di Giovanni Tiepolo patriarca di Venezia. Sembra che la istituzione della parrocchia sia stata contemporanea a quella della chiesa. Nel 1810 le si aggregò la massima parte della parrocchia di S. Sofia, allora soppressa, ma le furono sottratte alcune contrade che si aggiunsero a quella dei SS. Apostoli. L'antico «Ponte S. Felice» è additato dal Sabellico come opera in origine d'un Pietro Michieli. Il «Ponte Nuovo S. Felice», che prima non esisteva, venne eretto nel 1872, quando tracciossi la «Via Vittorio Emanuele». In «Parrocchia S. Felice» abitava Marcantonio Bragadin martire della fede. Vedi Bragadin (Calle). Si ha dalle cronache che Luchino Novello Visconti, dopo che Isabella dal Fiesco sua madre fu condannata a morte, ritirossi a Venezia, ove sposò Maddalena figliuola di Michele Contarini, nella cui casa, posta in parrocchia di S. Felice, venne a morte il 7 luglio 1399, lasciando dodici mila fiorini ai Procuratori di S. Marco perché fossero impiegati in opere di beneficenza. Come appare dagli Estimi, le case dei Contarini a S. Felice erano presso il «Ponte Noal», ora «Nicolò Pasqualigo». Vi venne alla luce nel 1693 papa Clemente XIII, che perciò concesse ai pievani di S. Felice il titolo e le insegne di Protonotarii Apostolici. Vedi Fontana (Calle). In tempi più vicini vi esisteva finalmente l'accademia dei «Seguaci di Talia», solita a radunarsi in casa d'Antonio Tassini, il quale apparteneva alla famiglia dello scrittore di queste pagine. Si legge nella «Gazzetta Urbana — Lunedì 4 corrente» (1787) «ebbero termine le recite della nuova accademia degli per ora detti seguaci di Talia, in casa del signor Antonio Tassini. Nelle poche rappresentazioni che furono prodotte da essa accademia si distinse il nob. signor Alessandro Zanchi, pareggiandosi coi più provetti nell'arte comica. Il N. U. s. Lorenzo Grimani ed il nob. sig. Giacomo Trevisan furono applauditi, e non promettono che una felice riuscita. S'aprirà questa accademia nell'agosto venturo, ed in allora, seguendo le traccie bene avanzate dell'altre accademie, sarà in grado di produr Tragedie, Drammi, e perfetti Intermezzi di Musica —» La stessa Gazzetta segue a narrare che la sera del 12 agosto 1787 i Seguaci di Talia provarono il «Giulio Sabino in Roma», tragedia del cav. Greppi bolognese, e che la sera del 17 l'eseguirono con lode, adoperando il vestiario che serviva alla compagnia di S. Benedetto quando rappresentò la stessa tragedia. Furono bene sostenute le parti specialmente di Sabino e di Vespasiano. S. Fosca (Campo, Ponte, Rio, Salizzada, Calle). Vuolsi che la chiesa di S. Fosca sorgesse nell'873 per opera di Crasso Fazio, vescovo d'Olivolo, ma è più probabile che, da Sàbatra trasportato a Torcello nel secolo X il corpo di S. Fosca, si estendesse anche a Venezia il culto di questa Santa, e che le si fabbricasse l'anzidetta chiesa. Essa nel 1297 fu ristaurata e trecento ottantadue anni dopo, cioè nel 1679, rifabbricata. Nel 1733 decorossi di nuovo prospetto a merito di Filippo Donà, e consecrossi da Girolamo Fonda, vescovo Nonense. Finalmente nel 1741, a spese del medesimo Donà, se ne rifece il soffitto crollato a terra il 24 giugno di quello anno dopo l'ultima messa, al qual fatto allude l'iscrizione: «Ad majorem Dei gloriam. MDCCXLI». Questa chiesa, che da parrocchiale divenne nel 1810 sussidiaria di quella dei SS. Ermagora e Fortunato («vulgo S. Marcuola»), ebbe nel 1847 ristauri, ed abbellimenti novelli. Ricordano i cronisti che il campanile della chiesa di Santa Fosca cadde il giorno di San Lorenzo del 1410 a cagione d'un turbine fierissimo, che arrecò danno a Venezia per sessanta mila ducati. Nel 1535 fu posto a reggere, come pievano, la chiesa di Santa Fosca, Nicolò Liburnio, uomo letterato, ed autore della «Spada di Dante», e d'altre opere. Egli morì nel 1557, e nella sua chiesa venne sepolto in un'arca, sopra il coperchio della quale scorgevasi intagliata in marmo la di lui immagine, che Pietro Gradenigo da S. Giustina, come disse ne' suoi «Notatorii», fece disegnare dal Grevembroch perché non se ne perdesse la memoria. Era della chiesa di S. Fosca quel prete Agostino, che, solendo bestemmiare giocando, fu il 7 agosto 1542, secondo la cronaca del Barbo, posto in berlina fra le due colonne di San Marco da terza a nona, chiuso il giorno seguente nella «cheba» fino al termine di settembre, condannato poscia a compier l'anno nella «Prigion Forte», e finalmente bandito in perpetuo. Riporta il Gallicciolli alcuni versi che in quest'occasione vennero stampati, e ch'egli trasse da una miscellanea posseduta dal Morelli, ove scorgevasi effigiata la «cheba», o gabbia, quadrata, sporgente da una finestrella a metà del campanile di S. Marco. Del supplizio della «cheba» abbiamo altrove parlato. Qui aggiungeremo che malamente asserisce il Gallicciolli, sulla fede della cronaca Erizzo, che questo supplizio abbia terminato nel 1518, mentre, come si è veduto, era in uso ancora nel 1542. Forse dopo il 1518 non avrannosi più condannati i rei alla «cheba» in vita ma temporariamente soltanto. Giù del «Ponte di S. Fosca», il 5 ottobre 1607, sull'imbrunire, fu colto da cinque ignoti assassini, e gravemente ferito il celebre fra' Paolo Sarpi. Essendo egli incorso nell'odio della corte Romana per difendere la Repubblica, della quale era teologo consultore, sospettossi che dal nunzio pontificio fossero stati pagati gli assassini. Almeno così mostrò di credere il Sarpi medesimo, se è vero che al chirurgo, il quale diceva di non aver medicato ancora più stravaganti ferite, rispondesse: «Eppure il mondo vuole che sieno state date "stilo Romanae curiae!"». Il fatto del ferimento viene raccontato da fra Fulgenzio Micanzio, discepolo del Sarpi, colle seguenti parole: «... 5 ottobre 1607, circa le 23 hore, ritornando il padre al suo convento da San Marco a Santa Fosca, nel calare del ponte verso la fondamenta, fu assalito da cinque assassini, parte facendo scorta, e parte l'esecuzione, e restò l'innocente padre ferito di tre stilettate, due nel collo et una nella faccia ch'entrava all'orecchia destra, et usciva per appunto a quella vallicella che è tra il naso e la destra guancia, non havendo potuto l'assassino cavar fuori lo stilo per haver passato l'osso, il quale restò piantato e molto storto... L'assassino hebbe prima comodità di colpire, e gli diede più di quindici colpi di stile, come fu veduto da alcune donne ch'erano alle finestre, e se ne vedevano i fori nel cappello, nel capuccio, e nel collaro del giuppone, ma tre soli lo ferirono... Il padre si contentò che quello stile fosse appeso a' piedi di un crocefisso nella chiesa dei Servi... con l'inscritione: Dei Filio Liberatori». S. Francesco della Vigna (Parrocchia, Campo, Ponte, Rio, Salizzada). Fra le molte vigne, che eranvi in Venezia, la più estesa di tutte, e la prima che avesse fruttificato riputavasi quella della famiglia Ziani. In essa scorgevasi una chiesetta, dedicata a S. Marco, perché, secondo una volgar tradizione, questo era il luogo ove avea pernottato l'Evangelista assalito da fiera burrasca, ed eragli apparso un angelo dicendogli: «Pax tibi Marce evangelista meus!» e profetizzandogli la futura fondazione di Venezia. La vigna, di cui parliamo, insieme alla chiesa ed alcune botteghe, fu lasciata, mediante testamento 25 giugno 1253, da Marco Ziani conte d'Arbe, figlio del doge Pietro, ai «frati Minori», ovvero «frati Predicatori», ovvero «Cistercensi». Ebbero la preferenza i Minori Osservanti, che vi fermarono stabile domicilio. Accresciutosi in seguito il numero di essi, si dovette ampliare il loro convento, e si eresse una nuova chiesa sul disegno di Marino da Pisa, la quale si chiamò di S. Francesco della Vigna, lasciandosi però intatta quella di S. Marco, che rimase in piedi fino al 1810 nell'orto dei Padri. Minacciando la chiesa di S. Francesco rovina nel secolo XVI, si pensò di rifabbricarla sopra disegno del Sansovino, e la prima pietra dell'opera fu posta il giorno 15 agosto del 1543. Insorti però alcuni dispareri, venne per qualche tempo intermesso il lavoro, e consultossi il frate Francesco Giorgi, che rilasciò sopra la rifabbrica un suo giudizio in iscritto, a cui dovette uniformarsi il Sansovino. Non piacque nemmeno il disegno della facciata ideata da quest'architetto, e fu scelto un altro disegno presentato dal Palladio nel 1562. A tali contese alludono probabilmente le iscrizioni che si leggono negli intercolunnii delle due ale, ove da una parte sta scritto: «Non sine jugi interiori», e dall'altra: «Exteriorique bello». Compiuta finalmente la chiesa, ebbe consecrazione il 2 agosto 1582 per mano di Giulio Superchio vescovo di Caorle. Anche il convento ebbe in quell'occasione qualche ristauro, ma, avvenuta ai tempi napoleonici la soppressione degli ordini religiosi, fu, come tanti altri, ridotto a caserma. Ed a caserma continuò a prestarsi anche dopoché i Minori Osservanti vennero nel 1836 ristabiliti in Venezia, i quali andarono ad abitare un altro prossimo convento, fondato fino dal secolo XV da Maria Benedetta principessa di Carignano, e da Maria Angela Canal per le Terziarie Francescane, convento che essi frati ampliarono in seguito coll'unione del palazzo della Nunziatura. Ma nel 1866 abbandonarono anche queste fabbriche, ed attualmente occupano il loro convento antico, comperato dal «Commissariato di Terra Santa». L'istituzione della parrocchia di S. Francesco della Vigna data dal 1810. Si compose allora il suo spirituale circondario con alcune contrade delle allora soppresse parrocchie di S. Giustina, S. Tèrnita e S. Antonino. Il campanile di S. Francesco della Vigna fu eretto nel 1581 per opera del proto Bernardino Ongarin, che fu sepolto ai suoi piedi. Questo campanile fu colpito da saetta la sera del 21 settembre 1758, e ristaurossi nel 1760. Nel pozzo posto in «Campo di S. Francesco della Vigna» ritrovossi il 15 agosto 1736 il cadavere d'un Giacomo «tesser da tela ai SS. Apostoli», che volontariamente vi si era gettato per affogarsi. S. Francesco di Paola (Calle). Bartolammeo Querini, vescovo di Castello, ordinava nel 1296, con testamento, che si erigesse uno spedale per sedici infermi. Compiuta la fabbrica, vi si innalzò accanto, cinque anni dopo, un oratorio dedicato a S. Bartolammeo. Scorsi circa tre secoli, lo spedale, già cadente per vetustà, fu cesso ai Minimi di S. Francesco di Paola, i quali lo ridussero a convento, e nel 1588, demolito l'oratorio, posero la prima pietra dell'odierna chiesa, che fu poi finita e consecrata nel 1619 col doppio titolo di S. Bartolammeo, e di S. Francesco di Paola. Giunto il 1806, il convento divenne caserma, e recentemente rifabbricossi ad uso di pubbliche scuole. Dietro la chiesa di S. Francesco di Paola esisteva, ancora alcuni anni fa, un ospizio per 10 povere donne, già juspatronato della famiglia Querini, e fondato forse a sostituzione dell'altro ospizio, od ospedale per sedici infermi, di cui parlammo più sopra. S. Gaetano (Campiello) a S. Fantino. Qui raccoglievasi il suffragio di S. Gaetano, aggregato all'Arciconfraternita della Trinità, eretta in «Ponte Sisto» di Roma, coll'associazione alle due religioni Domenicana e Teatina. Esso ebbe principio per concessione del Consiglio dei X, 24 febbraio 1690 M. V., nella chiesa di S. Fantino, ove si elesse l'altare dedicato alla Visitazione della B. V. ed a S. Elisabetta. In seguito, cioè il primo settembre 1722, prese a pigione per le proprie riduzioni dalla patrizia famiglia Molin un prossimo stabile, che comperò nel 1752, ed in cui nel 1754 ottenne di poter far celebrare la messa, e di recitare l'ufficio dei morti. Questo stabile, il quale è posto nel «Campiello» di cui parliamo, ha tuttora scolpito sulla facciata lo stemma della famiglia Molin. Il suffragio di S. Gaetano dispensava ogni anno, come dice il Coronelli, alcune grazie alle figlie dei confratelli. S. Gallo (Calle, Ramo, Ponte). La chiesa di S. Gallo vuol essere stata eretta circa il 1581, epoca nella quale venne qui trasferito l'ospedale già fondato dal santo doge Orseolo presso il campanile di S. Marco, donde si tolse per far luogo alle «Procuratie Nuove». Questa chiesa, che era annessa all'ospedale suddetto, e che dipendeva immediatamente dal Doge, venne rinnovata nel 1703 a merito del suffragio di S. Maria degli Angeli, per cui scorgesi scritto sulla facciata: Ad Maiorem Dei Et Mariae Angelorum Gloriam. Anno Domini mdcciii. Così dice il Todeschini («Della Dignità dei Procuratori di San Marco», Codici 613-614, Cl. VII, della Marciana): «L'oratorio con un solo altare e d'angusta estensione... in questi ultimi tempi ha cambiato figura. Introdottosi in esso (e vi sarà certamente concorso il consenso ducale) il suffragio di S. Maria degli Angeli, hanno desiderato li confratelli arricchirlo di due nuovi altari e perciò ampliarlo anche per maggior comodo delle riduzioni. Prodotto ai Procuratori il ricorso, atteso che veniva ad estendersi sopra terreno proprio della chiesa di S. Marco, li fu accordata la facoltà di occupare colla nuova fabbrica soli passa nove di terreno in larghezza, e passa venti in lunghezza, purché non s'intacchi e pregiudichi le ragioni del pozzo ivi esistente, coll'obbligo di corrispondere il giorno di S. Gallo alla chiesa di S. Marco l'annuo canone di libre sei di cera lavorata, a cui annuì pure il Senato, e l'obbligazione fu assunta poi da tutti li fratelli capitolarmente uniti, e dal governatore del suffragio stesso riconfermata con costituto annotato nei Registri della Procuratia de Supra». Il «Ponte di S. Gallo» viene chiamato dal popolo anche «Ponte della Piàvola» (fantoccio) per la sua piccolezza. Esso fu costrutto nel 1840, avendosi dovuto prima superare non poche difficoltà, messe in campo dall'autorità politica, per la ristrettezza del sito. S. Gallo (Campo). Vedi Rusolo. S. Geremia (Parrocchia, Salizzada, Campo, Traghetto). Si attribuisce dai più la fondazione della chiesa di S. Geremia a Mauro Tosello, o Marco Torcello, ed a Bartolammeo di lui figlio, nel secolo XI. Ebbe una rifabbrica per opera del doge Sebastiano Ziani nel 1174, come ben nota il Gallicciolli, e non, come vorrebbe il Corner, nel 1223, epoca in cui lo Ziani era già morto. Fu poi consecrata nel 1292, locché appare da una iscrizione tuttora superstite, incastrata in uno dei piloni verso la porta maggiore. Finalmente nel 1753 venne riedificata di pianta sul disegno del prete Carlo Corbellini e si ha memoria che nel giorno 27 aprile 1760 vi si celebrò la prima messa, quantunque non avesse ancora ottenuto compimento, il che avvenne soltanto nel nostro secolo, nel quale venne riconsecrata per mano del patriarca Giuseppe Monico. Prima dell'ultima rifabbrica, aveva una sola facciata sul Campo volta a ponente, verso il palazzo Flangini, con lungo portico laterale. Ma poscia n'ebbe due, l'una sul Campo, volta a settentrione, e l'altra sul «Canale di Cannaregio», volta ad oriente. Quest'ultima venne ridotta a termine nel 1871 a merito e dispendio del barone Pasquale Revoltella. La chiesa di S. Geremia fino dal 1174 figurava fra le parrocchiali. Nel 1810 se ne ampliò il circondario coll'aggiunta di quello di S. Lucia, e di porzione di quello di S. Leonardo, parrocchie allora soppresse. In chiesa di S. Geremia predicò quel frate Bartolomeo Fonzio veneziano il quale, come eretico, venne la notte del 4 agosto 1562 annegato, con una pietra al collo, nelle acque dei nostri lidi. Accanto alla chiesa havvi il fabbricato destinato alle riduzioni della confraternita della B. V. del Suffragio dei Morti, detto volgarmente di S. Veneranda. Essa fino dal 1615 radunavasi in chiesa di S. Geremia all'altare della B. V. del Popolo, e nel 1658 costrusse, a spese della famiglia Savorgnan, il presente edificio, che, incendiato durante l'assedio del 1849 per la caduta di una bomba, venne poscia ricostrutto. Al «Traghetto di S. Geremia» scorgesi una statua di S. Giovanni Nepomuceno, lavorata nel 1742 dallo scultore Marchiori, a merito della N. D. Maria Labia, e di Antonio Granarol di lei cameriere. Ciò avvenne ai tempi del pievano G. Battista Spreafighi, come da epigrafe sottoposta. Vuolsi che in parrocchia di S. Geremia avesse principio il Seminario Patriarcale, stanziato oggidì alla Salute. Egli è certo che nei registri della Chiesa, ove si parla d'alcuni parrocchiani defunti, leggesi: «in Calle del Forno in faccia il seminario»; «vicino al seminario»; «per mezzo il seminario». Quando esso venisse fondato s'ignora; scorgesi soltanto nel libro di cassa della Scuola del Santissimo che dal 1584 al 1589 il Guardiano era solito di comperare alcune candele pei chierici del seminario di S. Geremia, che dovevano intervenire alla processione del Venerdì Santo. Dopo il 1589 non havvi altra annotazione di tal fatto. L'autore però delle «Vite e memorie dei Santi spettanti alle Chiese della Diocesi di Venezia», dal quale ricavammo le surriferite notizie, è di parere che il seminario di S. Geremia non servisse che pei chierici ascritti a quella parrocchia. Nella parrocchia di S. Geremia, presso Francesco Riccio, sensale di seta, nelle case della famiglia Frizier, «al Forno», abitava Marzio Marzi dei Medici, vescovo di Marsico, ambasciatore dei Fiorentini presso la nostra Repubblica. Curioso è il suo testamento, 1 febbraio 1563 M. V., in atti Nicolò Cigrini, in cui egli confessa come, essendo a Trento, aveva preso in qualità di governante Giovanna figlia del suddetto Riccio, «e tentato dalla carne», l'aveva resa gravida. Fa adunque delle disposizioni a favore della prole nascitura. Come s'apprende poi dal susseguente codicillo 29 agosto 1569, tal prole fu una femmina, che chiamossi Mammea, alla quale in quell'epoca era già tenuta dietro un'altra figlia appellata Ersilia, nata dalla stessa Giovanna. Il vescovo Marzi consecrò nel 1573 la nostra chiesa dei SS. Rocco e Margarita, e morì nel 1574, venendo sepolto alla Madonna dell'Orto. In parrocchia di S. Geremia morì nel 1570 Daniel Barbaro eletto patriarca d'Aquileja. Nella medesima parrocchia venne a morte il poeta Ercole Bentivoglio. Si legge nei Necrologi Sanitari, sotto il 6 novembre 1573: «Il sig. conte Erchole Bentivoglio di anni 66 da un cattaro za m.si 3, visità dal Ec.te Secchi. S. Jeremia». Egli, per cura d'Elisabetta Bentivoglio, fu sepolto a S. Stefano con monumento, che oggi più non si vede, presso l'altare della Croce Grande, e poi della Cintura. Alla voce «Campo» notammo le cacce dei tori, che davansi, come in altri molti, anche nel «Campo di S. Geremia». Qui però non possiamo dispensarci dal favellare della caccia stupenda, che ebbe luogo nella seconda metà del secolo trascorso in questo Campo, con intervento di persone di alto affare, e dell'ambasciatore spagnuolo, caccia la quale probabilmente è quella incisa dal Lovisa. Dopo che essa ebbe termine, il N. U. Girolamo Savorgnan, giovane nerboruto e d'alta statura, tagliò d'un colpo a due mani la testa a due tori d'Ungheria nel punto medesimo, senza aver fatto loro segare le corna. Grandi meraviglie ne fecero i beccai, non già perché quel gentiluomo uccidesse due teste ad un colpo, il che si era fatto da qualche altro, ma perché nessuno prima di lui si pose al cimento senza aver fatto segare le corna degli animali. Vedi la «Cicalata sulle Cacce di Tori Veneziane» composta da Michele Battagia, Venezia 1844. S. Giacomo (Sottoportico di) a Rialto. E' fama che la chiesa di S. Giacomo sia la più antica di Venezia, e fosse eretta nel 421 per voto fatto da certo Eutinopo Greco in occasione di un grande incendio, che abbruciò in Rialto 24 case. Altri però la vogliono innalzata nel 428, ed altri nel 540. Si rifabbricò più volte, ed ultimamente nel 1600, ma sempre se ne conservò la forma primitiva. Nel 1860 se ne dipinse a fresco la facciata da Eugenio Moretti Larese. La chiesa di S. Giacomo dipendeva nei primordii dal vescovo di Padova, poscia divenne juspatronato dei Querini e dei Tiepolo, e finalmente passò sotto la giurisdizione del principe. Visitavasi ogni anno nel mercoledì santo dal doge e dal senato, per fruire dell'indulgenze che il papa Alessandro III le avea concesso trovandosi nel 1177 in Venezia. Conservò un rettore col titolo e le prerogative di pievano fino al 1810, in cui divenne oratorio sacramentale soggetto alla chiesa di S. Silvestro. La piazzetta, sottostante alla chiesa di S. Giacomo, selciossi per la prima volta di macigni nel 1758. In questa piazzetta, fino dal 15 dicembre 1542, decretossi l'erezione d'un pulpito di legno ad imitazione di quello che esisteva in «Piazza di S. Marco», donde un religioso, a tale effetto stipendiato, dovesse predicare al popolo nel dopo pranzo. Quest'uso, già cessato in Rialto, continuò a S. Marco fino ai primi tempi del governo Italico, ed è nota la baldoria in mezzo alla quale le maschere nell'ultima notte di carnovale, durante il suono del campanone, tiravano in giro esso pulpito, che aveva sottoposte delle ruote per poter essere facilmente da un luogo all'altro trasportato. S. Giacomo (Campo, Fondamenta) alla Giudecca. Marsilio da Carrara, grato alla Repubblica, per cui mezzo aveva riacquistato Padova, lasciò per testamento nel 1338 una somma onde si erigessero in Venezia una chiesa dedicata alla Beata Vergine, ed un monastero di religiosi Serviti sotto il juspatronato del doge. Le fabbriche si compirono l'anno 1343 nell'isola della Giudecca. La chiesa appellossi di S. Maria Novella, ma essendo stata eretta ove prima sorgeva un oratorio sacro a S. Giacomo Apostolo, acquistò il nome di quest'ultimo santo. Essa fu consecrata nel 1371 a merito di Gabriele Dardano Veneziano. Nel principio di questo secolo atterrossi insieme al convento. S. Giacomo dall'Orio (Parrocchia, Campo, Rio). La chiesa di S. Giacomo Maggiore Apostolo, secondo alcuni cronisti, s'appella «dall'Orio» perché sorse sopra quell'isola, la quale nei primi tempi, forse pei molti lupi, appellavasi promiscuamente «Lupao», «Lopio», «Lupi», «Lupriulo», «Lupiro», «Lupario», «Lorio», «Orio», e «Lauro», e che, oltre il circondario di S. Giacomo, comprendeva quelli di S. Chiara, di S. Croce, di S. Giovanni Evangelista, di S. Giovanni Decollato, e di S. Cassiano, venendo a comporre eziandio la contrada dei SS. Ermagora e Fortunato, quantunque rimanesse oltre il Gran Canale sopra un'altra isoletta chiamata «Lemeneo», e quantunque non fossevi un ponte che la congiungesse all'isola principale cui apparteneva. Alcuni altri però vogliono che Orio non sia sinonimo di «Lupao», «Lopio» ecc., ma appellazione ristretta alla sola parrocchia di S. Giacomo, introdotta posteriormente, e derivante dalla famiglia «Orio». Il Sansovino invece opina che «Orio» sia corruzione di «dal rio», e che la chiesa di San Giacomo sia stata così appellata per avere il prospetto volto verso un rivo. Questa chiesa sorse, a quanto pare, nel X secolo per cura delle famiglie Campoli da Oderzo, e Muli dalle Contrade. Fu rinnovata nel 1225 dalle famiglie Badoer e da Mula, ed assoggettata ai patriarchi di Grado, sotto ai quali rimase finché il patriarcato di Grado si unì al vescovato di Castello. Un radicale ristauro lo ebbe ai tempi del Sansovino, cioè nel secolo XVI. L'istituzione della parrocchia data probabilmente dalla fondazione della chiesa. Ebbe alquanto ristretto il proprio circondario per la riforma del 1810. Imperciocché, se guadagnò alcune frazioni delle soppresse parrocchie di Sant'Ubaldo, S. Agostino, S. Giovanni Decollato, e Sant'Eustachio, e piccola parte della conservata parrocchia di San Simeone Profeta, dovette cedere alla medesima, nonché a quella di San Cassiano, strade non poche. Troviamo nel codice 3255 della Raccolta Cicogna la nota seguente: «Si diede principio al gioco nobile del Pallone dai nostri patrizii nel Campo di S. Giacomo dall'Orio ne' secoli scorsi, non però con la frequenza d'oggidì, e perché in detto luoco andavasi facendo quantità d'erba, l'ha trasportato nel Campo dei Gesuiti per alquanti anni. Cresciuto poi sempre più il numero ed il valore dei giuocatori, risolsero di salizare il soradetto Campo di S. Giacomo l'anno 1711, essendovi il millesimo scolpito in marmo al segno del batter». Ci raccontano i «Notatori» del Gradenigo che la sera del 24 luglio 1767, vigilia della «sagra» di S. Giacomo dall'Orio, cadde dall'alto d'un vecchio edificio un poggiuolo di ferro, strascinando seco il prete G. Battista Zamperetti sacrista della chiesa, la di lui sorella, moglie di Natale Mistura, ed un'altra giovane loro parente. Questa ultima morì di botto, ed alquanto dopo il prete e la sorella. S. Gioachino (Calle, Ponte, Fondamenta, Ramo) a Castello. Elena Marchi, con suo testamento 28 ottobre 1418, in atti dell'arcidiacono Nicolò Bono, lasciò una casa a Castello perché vi trovassero ricovero alcune terziarie Francescane. Tutte le abitatrici della medesima perirono nella peste del 1630, ad eccezione di Domenica Rossi, che in seguito potè raccogliere nuove compagne. Queste donne vennero nel 1727 ridotte allo stato di comunità, e presso il loro picciolo convento, che ampliarono nel 1756, avevano una chiesetta sacra a San Gioachino. Ma dopoché, per decreto 18 giugno 1807, furono concentrate colle Terziarie di S. Francesco della Vigna, i locali che occupavano soggiacquero a secolarizzazione. Nella «Calle di S. Gioachino» eravi lo spedale di SS. Pietro e Paolo, fondato nel secolo XII prima per ricettare pellegrini e poscia per curare feriti e malati. Nel 1350 venne ampliato colle case lasciate da Francesco Avanzo, e nel 1368 sottoposto alla protezione ducale. Restò soppresso nel 1806, ed ora si fa servire a «Patronato pei Ragazzi Vagabondi», al cui uso destinossi anche il prossimo oratorio sacro ai SS. Pietro e Paolo, il cui ultimo ristauro data dal 1736. S. Giobbe (Fondamenta, Campo, Ponte, Rio di). Il sacerdote Giovanni Contarini fondò in Cannaregio nel 1378 un ospizio per poveri di cui parleremo più innanzi. In seguito v'aggiunse un oratorio sacro a S. Giobbe, ottenendo nel 1390 da papa Bonifacio IX l'approvazione che colà si potessero celebrare gli uffizi divini. Morto il pio fondatore, Lucia di lui figliuola, accolse nell'ospizio alcuni eremiti di S. Girolamo, e, dopo la loro partenza, alcuni Minori Osservanti. I religiosi d'ambedue gli ordini uffiziarono l'oratorio; anzi i Minori Osservanti l'ottennero in piena proprietà nel 1434. Fu allora che essi vollero atterrarlo, stando per innalzare in quel luogo chiesa più ampia, ma, pei reclami di Lucia Contarini, il divisamento non ebbe effetto, e dovettero accontentarsi d'incorporare l'oratorio nella nuova fabbrica. Questa, incominciata verso la metà del secolo XV sullo stile lombardesco, ebbe il suo compimento verso la fine del secolo stesso, e fu consecrata nel 1493. Ricevette poscia altra consecrazione, dopo alcune aggiunte e cambiamenti, nel 1597. Assai benemerito dell'intrapresa mostrossi il doge Cristoforo Moro, il quale, mentre era ancora senatore, aveva conosciuto nell'ospizio di San Giobbe il celebre frate Bernardino da Siena, e dopoché questi venne canonizzato nel 1450, gli eresse in chiesa di S. Giobbe una magnifica cappella, facendo sorgere eziandio un più ampio convento a comodo dei padri. Il Moro, decesso nel 1471, legò ai padri medesimi diecimila ducati, e fu sepolto nella cappella di S. Bernardino, ove tuttora scorgesi il di lui sigillo sepolcrale. Dopo la soppressione degli ordini religiosi, il convento di S. Giobbe venne atterrato, e la sua area, unitamente alla vigna dei padri, ridotta ad Orto Botanico, incominciatosi a tracciare nel 1812. La chiesa, che rimase aperta come sussidiaria di S. Geremia, nel 1859 ebbe un restauro. Il «Ponte di S. Giobbe», che anticamente era di legno, fabbricossi in pietra nel 1503. Si ridusse poi nella forma attuale dall'architetto Tirali nel 1688, e nel 1794 ebbe un restauro, come da epigrafe riportata dal Cicogna («Inscrizioni veneziane», vol. VI). S. Giovanni (Campiello, Rio). La chiesa di S. Giovanni Evangelista fu innalzata nel 970, a cura della famiglia Partecipazia, o Badoera. Marco Badoer la istituì priorato perpetuo nella sua casa con rendite corrispondenti. Il priore godeva da principio tale dignità a vita, ma nel 1582 fu stabilito che durasse in carica solo due anni. Al tempo del Sansovino, ed a quelli dello Stringa e del Martinioni, era in piedi ancora l'antico edificio, il quale però aveva avuto varii restauri in epoche diverse. Finalmente fu rifabbricato alla metà del secolo XVII. Questa chiesa ebbe un recente restauro. S. Giovanni (Calle) a S. Vito. Stabili posseduti un tempo dalla Scuola Grande di S. Giovanni Evangelista diedero il nome, oltre che a questa, anche a due calli, situate l'una sulla «Fondamenta di Cannaregio», e l'altra a Castello, presso S. Daniele. In tutte tre le strade scorgesi tuttora scolpito sulla muraglia lo stemma della Scuola. Le case di «S. Vito» erano sei, e provenivano dalla donazione fatta, collo strumento 7 novembre 1347, in atti del prete e notaio Leonardo Cavazza, dal pievano di S. Fantino Giacomo Donadio. Le case di «Cannaregio» erano cinque, donate alla Scuola collo strumento 15 maggio 1453, in atti di Francesco Benzoni, da Marco di Vanto da Pirano, che nel catastico è detto «spizier». Finalmente le case a S. Daniele erano diciannove, quindici delle quali vennero fabbricate nel 1602, coi danari dei «Monti», e di varie commissarie, sopra terreno ove prima sorgevano alcune casette più antiche pervenute nella Scuola pel testamento di «Zuane de Marin» (7 marzo 1451), e sopra altro terreno comperato nel 1532 da Maria Baffo, e nel 1542 da Agostino di Freschi «el dottor». S. Giovanni di Malta (Corte). La prossima chiesa, dedicata a S. Giovanni Battista, apparteneva anticamente ai Templari, ma abolito quest'ordine nel 1312, passò, coll'annesso convento in potere dei cavalieri Gerosolimitani, chiamati poscia di Rodi, e finalmente di Malta, che, per quanto sembra, rinnovarono ambidue gli edifici verso la fine del secolo XVI. Caduta la Repubblica, ed espulsi i cavalieri suddetti, questa chiesa, che aveva avuto altro restauro nel 1758, divenne prima deposito di quadri tolti alle chiese profanate o distrutte; poi delle panche e delle altre suppellettili della corte. Nel convento fu una stamperia, e perfino una sala da spettacoli. Quando però nel 1839 si ristabilì l'ordine Gerosolimitano, e si formò il Gran Priorato Lombardo-Veneto, chiesa e convento vennero ridati ai loro antecedenti proprietarii, e ristaurati. La chiesa di S. Giovanni di Malta è detta anche di «S. Giovanni dei Furlani» per essere prossima alla calle di questo nome. S. Giovanni Decollato. Vedi S. Zan Degolà. S. Giovanni Grisostomo (Ponte, Rio, Salizzada, Campo). Nel 1080 la famiglia Cattaneo fece innalzare una chiesa a San Giovanni Grisostomo, la quale nel 1488, per asserto del pievano Lodovico Talenti, trovavasi in cattivissimo stato pei danni del tempo, a cui alcuni aggiungono quelli di un prossimo incendio, accaduto nel 1475. Essa venne adunque rifabbricata nel 1497 sul disegno, come scrive Flaminio Corner, dell'architetto Tullio Lombardo, ma non nella situazione antica, bensì in faccia della medesima. Era parrocchiale, e fu soltanto nel 1810 che divenne succursale di S. Canciano. Riferisce il Sanudo che il 3 febbraio 1531 M. V. il Consiglio de' Pregadi impose ai Provveditori di Comune d'allargare la «Salizzada di S. Giovanni Grisostomo», la quale era molto stretta, e dovendosi perciò atterrare il campanile, si concesse al pievano lo spazio per fabbricarne uno di nuovo. Vedi «Senato, Terra», R. 26. In parrocchia di S. Giovanni Grisostomo abitava Angela Serena, amata dall'Aretino, che compose per lei un poemetto in ottave. I parenti della medesima vedevano di mal occhio tali amori, e G. Antonio di lei marito, uomo alquanto dissoluto, tanto fece per vendicarsi che ebbe a' suoi voleri Pierina Riccia, donna dell'Aretino, persuadendola anche a fuggirgli di casa. Non sappiamo quanto il Quadrio s'apponesse al vero nell'asserire che tali dispiaceri trassero la Serena al sepolcro. Il fatto sta ch'essa morì nel 1540, come rilevasi dalle lettere dell'Aretino. Angela Serena dilettavasi di poesia, ed è noto che diresse all'imperatrice Isabella, consorte di Carlo V, alcune stanze, per le quali ricevette ricchi doni. Si conservano nell'Archivio Notarile due suoi testamenti, l'uno del 2 decembre 1538 in atti di Giacomo Zambelli, fatto, essendo gravida, ove si chiama «Anzola fia del q. Barnaba Torninben, olim spicier al segno dell'Agnus Dei, et consorte di G. Antonio Serena»; l'altro del 3 maggio 1539 in atti di Giacomo Chiodo. Racconta il Curti («Famiglie», Classe VII, Cod. 204-209 della Marciana) che a S. Gio. Grisostomo abitava Veronica Franco quando nel 1574 venne visitata da Enrico III re di Polonia e di Francia. Nel 1738 in una locanda posta in questa contrada alloggiò Maria Amalia, arciduchessa d'Austria, poi moglie dell'imperatore Carlo VII. Passato il «Ponte di S. Giovanni Grisostomo», per avviarsi a S. Canciano, a mano destra, abitava l'erudito senatore Flaminio Corner, che illustrò la storia delle nostre chiese. Egli nacque nel 1693, e sostenne i magistrati più gravi, economici e criminali, misti ai civili e politici. Mancato ai vivi nel 1778, fu sepolto, come aveva disposto, in chiesa di S. Andrea. Nella chiesa parrocchiale di S. Canciano gli fu posta soltanto un'epigrafe sopra una porta laterale. L'attuale «vera» del pozzo in «Campo S. Giovanni Grisostomo» con quattro teste di leone, venne trasportata dalla Giudecca, e qui posta nel 1855. S. Giovanni in Bragora (Parrocchia di). Vedi Bandiera e Moro (Piazza). S. Giovanni Laterano (Fondamenta, Rio, Calle, Fondamenta, Rio, Calle, Campiello). Avendo una monaca per nome Mattia, ed altre sue compagne, abbandonato il convento dei SS. Rocco e Margarita, ed essendo poi pentite del loro operato, ritornarono nel 1504 a vivere sotto la regola di S. Agostino in una casa vicina all'antico oratorio detto di S. Giovanni Laterano, e volgarmente di «S. Zan Lateran», perché, come vuole il Gallicciolli, fabbricato sopra una tomba chiamata «teran», o, meglio, perché aggregato al capitolo dei canonici Lateranensi di Roma. Da questi canonici le monache acquistarono l'oratorio, e nel 1519 meritarono per la loro buona condotta d'essere mandate a riformare il convento di S. Anna, ove vestirono l'abito di S. Benedetto, che ritennero anche quando nel 1551 ritornarono nel loro pristino asilo. L'incendio del 1573, causato da un fulmine, in cui perì l'abadessa Serafina Molin, le obbligò a riparare in altri conventi, ai quali tanto s'affezionarono che due sole ritornarono in quello di S. Giovanni Laterano quando fu rifabbricato. Restatane unica abitatrice nel 1599 Ottavia Zorzi, volle essa ristaurarlo nuovamente insieme alla chiesa, ed in breve giunse ad attirarvi cinquanta e più monache. Anche questo convento (dilatato nel 1731) fu soppresso, colla chiesa, nel 1810, e quindi servì ad usi diversi fra cui ad Archivio Notarile, a Ginnasio, ed a Scuole Elementari. Ora serve all'«Istituto Tecnico e Nautico Paolo Sarpi». S. Giovanni Novo (Campo). La chiesa di S. Giovanni Nuovo fu così detta o, corrottamente, invece di S. Giovanni in Oleo, a cui è dedicata, o per essere stata innalzata posteriormente a qualche altra delle chiese esistenti in Venezia sotto il nome di S. Giovanni. Sorse per opera della famiglia Trevisan nel 968, ma si rinnovò nel principio del secolo XV, e consecrossi nel 1463. Secondo lo Stringa, ebbe un altro ristauro nel 1520. Finalmente alla metà del secolo trascorso fu rifabbricata sul disegno di Matteo Lucchesi, che pretese in questa sua opera di correggere i difetti del tempio Palladiano del Redentore, onde chiamavala il «Redentore redento». Era parrocchiale ma nel 1808 divenne succursale di S. Marco, e quindi nel 1810 di S. Zaccaria. Nella parrocchia di S. Giovanni Nuovo, in una casa delle monache di S. Servilio, abitò e morì Nicolò Massa, celebre medico e filosofo veneziano. Giunto all'ottantesimo anno di età, egli divenne cieco, per consolarlo della quale sventura Luigi Luisini da Udine compose un dotto dialogo. L'ultimo testamento di Nicolò Massa è quello del 28 luglio 1569, in atti Marcantonio de Cavaneis, ove sono notabili le seguenti parole dirette agli eredi... «e se aricordino delle mie vertigini al tempo che crederanno sia morto, lassandomi doi giorni sopra terra, acciò non si facesse qualche error, e non mi mettano in gesia avanti sia passato detto termine di due giorni». Malamente il Cicogna, riportando un passo consimile di altro testamento anteriore del Massa, in data del settembre 1566, legge «murtigini», anziché «vertigini», cercando di dar alla parola greca derivazione. Il Massa morì poco tempo appresso, il che viene attestato dal necrologio della chiesa di S. Giovanni Nuovo colla seguente nota: «Adì 27 agosto 1569. Lo ecelente ms. Nicolò Masa medicho, de anj 84 in circa, è sta amallato mesi 4 da fievre». Come aveva ordinato, venne sepolto in chiesa di S. Domenico di Castello, ove gli fu eretto un busto, trasportato oggidì nella sala terrena dell'Ateneo. Pell'architetto Baldassare Longhena, che abitava in questa parrocchia, e precisamente sui confini di quella di S. Severo, vedi Rotta (Calle e Corte, Corte) a S. Severo. S. Girolamo (Fondamenta, Ponte, Rio, Fondamenta, Chiovere). Bernarda Dotto e Girolama Lero, monache in S. Maria degli Angeli di Murano, eressero prima nella città, e poscia fuori delle mura di Treviso, un convento sotto la regola di S. Agostino, intitolato a San Girolamo. Atterrite però dall'armi di Lodovico re d'Ungheria, l'abbandonarono, e nel 1364 vennero a Venezia, ritirandosi in una casa a San Vitale. In seguito, per le largizioni del prete Giovanni Contarini, furono in grado di innalzare un altro convento con attigua chiesa, dedicati medesimamente a San Girolamo. Nel 1425 diedero maggiore dimensione a questi fabbricati, i quali nel 1456 bruciarono, e riattati a spese del Senato, durarono incolumi fino all'anno 1705, nel quale soggiacquero a nuovo incendio. Dopo tale disastro sorsero nuovamente in piedi per la pietà dei fedeli. Finalmente, alla soppressione degli ordini religiosi, si convertirono ad usi privati. Avendo Francesco Poza ferito in chiesa di San Girolamo nel braccio Pietro di Francia, capo custode dei Capi dei Sestieri, venne il 3 aprile 1475 bandito da Venezia e suo distretto, rompendo il qual bando doveva essere sul «Ponte di S. Girolamo» privato della mano destra e della lingua. Dietro la chiesa di S. Girolamo scorgesi l'oratorio della confraternita già sacra allo stesso santo. Quest'oratorio, celebre un tempo per preziosi dipinti, fu chiuso nei primi anni del presente secolo, riaperto nel 1814, ed ora chiuso nuovamente. Fino dall'8 febbraio 1481 M. V. troviamo che un Eustachio q. Avanzo Livello alienò al monastero di S. Girolamo le prossime «chiovere», di cui più tardi scrisse il Savina: «Adì 31 Ottobre» (1585) «cadde il colmo delle Chiovere di S. Girolamo, et ucciso uno di que' artefici, et molti altri feriti et maltrattati». Sulla «Fondamenta di S. Girolamo», al N. A. 3100, esisteva un conventino di Pinzochere Servite. Lo stabile era stato loro donato nel 1525 da un Matteo figlio d'un Nicolò Lucchese. Esse attendevano all'educazione di povere fanciulle. Qui visse per qualche tempo quella Maria Benedetta Rossi fondatrice dei due monasteri delle Grazie a Murano, e di S. Maria del Pianto di Venezia. Nel circondario di S. Girolamo abitava il pittore fiammingo Pietro Mera, che il 12 aprile 1643 presentò il proprio testamento al notaio Pietro Bracchi, e morì nel febbraio 1644 M. V. Era costume che il giorno sacro a San Girolamo si nominassero i principali magistrati in sostituzione di quelli che, compiuto il periodo del loro uffizio, uscivano di carica. In tale occasione il doge dava solenne banchetto alle primarie dignità, non esclusi il Cancelliere Grande, ed i più provetti fra i secretarii. Tosto dopo il giorno di San Girolamo incominciavansi pure dai Veneziani le villeggiature, delle quali ci lasciò una breve descrizione Giustina Renier Michiel nelle sue «Feste Veneziane». S. Giuseppe (Secco, Squero, Fondamenta, Ponte, Rio, Campo, Rio Terrà). Per decreto del Senato 25 giugno 1512, incominciossi ad erigere una chiesa in onore di S. Giuseppe, e si chiamarono da Verona alcune monache Agostiniane perché vi fabbricassero accanto un monastero del loro ordine coll'assegnamento di 400 annui ducati. Con tale ajuto, e col mezzo delle elemosine, raccolte da una confraternita istituita nel 1530 furono in breve compiuti gli edifici. La cappella maggiore della chiesa venne eretta a spese di Girolamo Grimani, e consecrata nel 1643. Nel 1801 si introdussero nel convento di S. Giuseppe le religiose Salesiane, le quali vi risiedono, occupandosi nell'educazione delle donzelle. S. Giustina (Campo, Fondamenta, Rio, Ponte, Salizzada, Campiello). Reputasi che la chiesa ex parrocchiale di S. Giustina entri nel novero di quelle erette nel VII secolo da S. Magno. Dopo essere stata, a quanto pare, rifabbricata, ebbe consecrazione nel 1219 per mano d'Ugolino cardinale ostiense, legato apostolico, poco dopo Gregorio IX. Si sa che fino dal principio di questo secolo veniva uffiziata da canonici |